KARL OVE KNAUSGARD.
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LA MORTE DEL PADRE. 2014.
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Parte 3.
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Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2014 Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Nell'autunno in cui facevo la prima liceo, andai a trovarlo a Bergen, alla casa dello studente di Alrek dove aveva una stanza. La prima cosa che feci quando arrivai in centro con la navetta dall'aeroporto, fu trovare un chiosco e comprarmi un pacchetto di Prince e un accendino. Non avevo mai fumato, ma da tempo progettavo di farlo, e da solo, a Bergen non appena ne avessi avuto l'occasione. Ero l, sotto le guglie verdi della chiesa di Johanneskirke con la piazza di Torgallmenningen davanti a me, piena di gente, macchine e vetri scintillanti. Il cielo era blu, lo zaino posato a terra accanto ai miei piedi, la sigaretta piazzata all'angolo della bocca e quando l'accesi con l'accendino giallo, riparandola dal vento con la mano, lo feci con una forte e travolgente sensazione di libert. Ero solo, potevo fare quello che volevo, avevo tutta la vita che si apriva davanti a me. Tossii un po', il fumo mi bruciava in gola, ma date le circostanze, and bene, la sensazione di libert non diminu di intensit e quando ebbi finito di fumare, infilai il pacchetto di sigarette rosso e bianco nella tasca della giacca, mi buttai lo zaino sulle spalle e mi incamminai per andare da Yngve. Al liceo di Kristiansand non c'era niente di mio, invece Yngve era mio, quello che aveva lui ce l'avevo anch'io, e per questo non ero soltanto felice, ma anche orgoglioso quando due ore pi tardi ero inginocchiato nella sua stanza in cui il sole penetrava dalla finestra resa opaca dallo smog, intento a passare in rassegna la collezione di dischi che teneva in tre casse di vino accanto alla parete. Quella sera uscimmo insieme a tre ragazze che conosceva e io presi in prestito il suo deodorante, un Old Spice, e il suo gel e prima di andare, mentre eravamo in piedi davanti allo specchio dell'ingresso, mi arrotol le maniche della camicia a quadri bianchi e neri che mi ero messo ed era identica a quella che a quei tempi The Edge degli U2 indoss in molte foto, poi mi raddrizz il bavero della giacca. Ci ritrovammo con le ragazze in uno dei loro appartamenti, erano molto divertite del fatto che io avessi soltanto sedici anni e secondo loro avrei dovuto tenere una di loro per mano mentre passavamo davanti al buttafuori, cosa che feci anche, era la prima volta che mi trovavo in un locale vietato ai minori di diciotto anni. Il giorno dopo andammo al Caf Opera e al Caf Galleri, dove incontrammo anche la mamma. Abitava in un appartamento a casa di sua zia Johanna in Sndre Skogveien che in seguito fu rilevato da Yngve e dove andavo a trovarlo quando mi recavo a Bergen. L'anno dopo mi presentai una volta armato di registratore perch volevo intervistare la band americana Wall of Voodoo che avrebbe suonato quella sera allo Hulen. Non avevo un appuntamento, ma riuscii a entrare grazie alla mia tessera di giornalista mentre facevano il soundcheck, restammo ad aspettarli tra le quinte, io vestito con una camicia bianca e una cravatta di cuoio con una grossa aquila lucente, pantaloni neri e stivali. Ma quando arriv la band, di colpo non osai parlare con loro, facevano paura, un gruppo di trentenni drogati di Los Angeles e fu Yngve a salvare la situazione. Hey, mister! grid e il bassista si gir e venne verso di noi e Yngve gli disse This is my little brother, he has come all the way from Kristiansand down south to make an interview with Wall of Voodoo. Is that ok for you?
Nice tie! comment il bassista, che rosso in viso seguii nel loro camerino. Era tutto vestito di nero, aveva dei grossi tatuaggi sulle braccia, capelli lunghi e neri e stivali da cowboy, fu oltremodo gentile, mi offr una birra e rispose dettagliatamente a tutte le mie domande da giornalino della scuola. Un'altra volta che ero a Bergen, seduto su uno dei morbidi divani in pelle del Caf Galleri, intervistai Blaine Reininger che aveva appena lasciato i Tuxedomoon. Che fosse l, in quella metropoli, con tutti i suoi caff, sale per i concerti e negozi di dischi dove mi sarei trasferito finito il liceo, non c'erano dubbi.
Dopo il concerto dei Wall of Voodoo restammo allo Hulen e decidemmo di formare una band quando sarei andato l ad abitare: un amico di Yngve, Paul, avrebbe suonato il basso, Yngve la chitarra e io la batteria. Avremmo pensato al cantante a suo tempo. Yngve avrebbe composto la musica, io avrei scritto i testi e un giorno, ci dicemmo quella sera, avremmo suonato l, allo Hulen. A quel tempo andare per me a Bergen era come entrare nel futuro. Lasciavo la mia vita presente e trascorrevo qualche giorno in quella che un domani sarebbe stata la mia esistenza prima di ritornare a quella che stavo vivendo. A Kristiansand ero solo e dovevo lottare per ogni cosa, a Bergen ero insieme a Yngve e quello che aveva lui si trasmetteva di riflesso anche a me. Non soltanto i locali e i caff, i negozi e i parchi, le sale di lettura e gli auditori, ma anche tutti i suoi amici, che non soltanto sapevano chi ero quando facevo la loro conoscenza, ma anche quello che facevo, che avevo un programma musicale tutto mio in una radio locale e che recensivo dischi e concerti per il giornale Fdrelansvennen, e dopo quegli incontri Yngve mi raccontava sempre che cosa avevano detto di me, erano soprattutto le ragazze che avevano commenti da fare, che ero bello o maturo per la mia et e cos via, ma anche i ragazzi, di cui un'affermazione nello specifico, quella di Arvid, fu particolarmente inopportuna e indiscreta, quando diceva che ero identico al ragazzino in Morte a Venezia di Luchino Visconti. Per loro ero qualcuno e questo era merito di Yngve. Mi port con s a Vindylhytta, dove lui e i suoi amici si riunivano tutti gli anni per festeggiare il Capodanno e un'estate in cui vendevo cassette per le strade di Arendal e mi giravano per le tasche parecchi soldi, uscivamo quasi tutte le sere e in una di quelle, ricordo, Yngve rimase stupito, ma era anche orgoglioso, per il fatto che io avessi bevuto cinque bottiglie di vino e riuscissi a comportarmi ancora in maniera decente. Alla fine dell'estate mi misi insieme alla sorella della ragazza di Yngve. In quel periodo lui mi fece un sacco di foto con la sua Nikon reflex, tutte in bianco e nero, e tutte dove posavo sfacciatamente, e una volta andammo anche insieme dal fotografo con l'idea di regalare per Natale ai nonni materni e paterni una foto di noi due, e cos fu, ma la foto fin anche nella vetrinetta che il fotografo aveva nel foyer del cinema di Kristiansand, dove chiunque poteva vederci mentre posavamo con indosso i nostri abiti e le nostre pettinature anni ottanta. Yngve con una camicia azzurra, un cinturino di cuoio al polso, i capelli lunghi sul collo e corti in cima, io con la mia camicia a quadri bianchi e neri, la mia giacca nera con le maniche arrotolate, la mia cintura con le borchie e i miei pantaloni neri, con i capelli ancora pi lunghi sulla nuca e ancora pi corti in cima di quelli di Yngve, e per finire una croce che penzolava da un orecchio. A quell'epoca andavo spesso al cinema, il pi delle volte con Jan Vidar o qualcuno di Tveit e quando vedevo quella foto appesa l, nella teca illuminata, non riuscivo mai a ricollegarla veramente a me, cio alla vita che vivevo a Kristiansand, che aveva in s una certa qualit esteriore oggettiva nel senso che era connessa a uno spazio preciso, come la scuola, la palestra, il centro della citt e a determinate persone, i miei amici, i compagni di classe, quelli di squadra, mentre la foto era invece legata in modo completamente diverso a qualcosa di intimo e nascosto, innanzitutto i parenti pi stretti, ma anche a quello che sarei diventato un giorno se solo fossi riuscito ad andarmene da l. Mentre Yngve parlava di me ai suoi amici, io non lo nominavo mai ai miei.
Che quello spazio interiore dovesse essere esibito in quello esterno e fosse sotto gli occhi di tutti era una cosa che mi confondeva e tormentava. Ma a parte un paio di commenti, non ci fece caso nessuno, visto che io ero una di quelle persone verso cui la gente non mostrava interesse.
Quando finalmente terminai il liceo, nel 1987, per qualche motivo non mi trasferii a Bergen, ma andai in un paesino su un'isola della Norvegia settentrionale dove lavorai per un anno come insegnante. Le mie intenzioni erano di scrivere il mio romanzo la sera e con i soldi messi da parte grazie a quell'occupazione girare l'Europa per un anno: comprai un libro dove erano descritti tutti i lavoretti possibili e immaginabili che si potevano svolgere nei vari Paesi europei ed era quello che avevo in mente di fare, spostarmi di citt in citt, di nazione in nazione, lavorare un po', scrivere un po' e vivere una vita libera e indipendente, invece fui ammesso alla neo avviata Accademia di Scrittura della contea di Hordaland grazie ai testi che avevo scritto quell'anno, ed estremamente lusingato per essere stato accettato cambiai i miei piani e a diciannove anni feci rotta per Bergen, dove a dispetto di tutti i miei sogni e tutte le mie idee di vivere un'esistenza da vagabondo in giro per il mondo rimasi per quasi nove anni.
E cominci bene. C'era il sole quando saltai gi dal bus dell'aeroporto e mi trovai sulla piazza dove si svolge il mercato del pesce, e Yngve, che lavorava alla reception dell'Hotel Orion nei fine settimana e durante le vacanze, era di buonumore quando feci il mio ingresso nell'albergo, avrebbe finito tra una mezz'ora e poi avremmo potuto comprarci dei gamberetti freschi e qualche birra e festeggiare l'inizio della mia nuova vita. Ci sedemmo sulle scale davanti a casa sua a bere birra mentre dagli altoparlanti dello stereo in soggiorno ci inondava la musica degli Undertones. Quando si fece sera, eravamo gi un po' brilli, chiamammo un taxi e andammo da Ola, uno dei suoi amici, bevemmo un altro po' prima di proseguire per il Caf Opera, dove rimanemmo fino all'ora di chiusura seduti a un tavolo dove arrivava gente in continuazione. Questo  il mio fratellino Karl Ove, ripeteva Yngve ogni volta, si  trasferito a Bergen per frequentare l'Accademia di Scrittura. Diventer uno scrittore. Yngve mi aveva procurato un appartamentino a Sandviken, la tipa che ci abitava sarebbe rimasta in Sud America per un anno, ma fino a quando non si fosse liberato mi sarei parcheggiato sul divano a casa di Yngve. Mentro ero l, mi riprendeva per ogni minima cosa, come aveva sempre fatto le poche volte che avevamo abitato insieme per pi di qualche giorno, fin dai tempi in cui viveva alla casa dello studente di Alrek, dove mi rimproverava perch tagliavo il formaggio marrone a fette troppo spesse, o perch non rimettevo a posto i dischi nell'ordine esatto in cui li avevo trovati, e anche questa volta mi correggeva sempre per dei dettagli insignificanti, non asciugavo abbastanza bene il pavimento dopo che avevo fatto la doccia, sbriciolavo per terra quando mangiavo, non usavo abbastanza cautela quando appoggiavo la puntina sul piatto del giradischi, fino a quando all'improvviso non ne potei pi. Fu il giorno in cui eravamo in piedi accanto alla sua auto e mi stava spiegando che avevo sbattuto con troppa violenza la portiera l'ultima volta che ero salito in macchina. Furibondo gli gridai che doveva smetterla di dirmi che cosa dovevo fare. E cos fece, dopo quella volta non mi corresse mai pi. Ma l'equilibrio che esisteva nel nostro rapporto rimase immutato, ero io quello che aveva invaso il suo mondo e quindi ero e restavo il fratello minore. La vita all'Accademia della Scrittura era complicata e non mi feci mai nessun vero amico, in parte perch erano tutti pi vecchi di me, in parte perch non riuscivo a trovare nessun punto di contatto tra me e loro, cos and a finire che il pi delle volte mi accodavo a Yngve, gli telefonavo chiedendogli se aveva qualcosa in programma per il fine settimana, e lui ce l'aveva sempre, potevo unirmi anch'io? Certo che potevo. E dopo aver bighellonato da solo per la citt per tutta la domenica o essere rimasto tutto il giorno a casa a leggere, la tentazione di passare da lui la sera, anche se mi dicevo che non dovevo farlo, che dovevo cavarmela da solo, era troppo grande per essere in grado di resisterle, cos erano innumerevoli le serate in cui finivo sul divano di casa sua davanti al suo televisore.
Dopo un po' and a vivere in un appartamento che condivideva con altri e per me questo fu terribile perch la mia dipendenza da lui divenne cos palese: quasi non passava giorno senza che io mi presentassi alla loro porta e quando lui non c'era, rimanevo seduto nel loro soggiorno, o intrattenuto da uno dei suoi coinquilini che si sentivano in dovere di farmi compagnia, o da solo, mentre sfogliavo una rivista di musica o un giornale, come la merdosissima caricatura di un essere umano fallito. Avevo bisogno di Yngve, ma Yngve non aveva bisogno di me. Era cos. Potevo certamente parlare con i suoi amici quando lui era l, in quel caso esisteva una connessione, ma da solo? Andare da solo da uno di loro? Sarebbe sembrato strano e forzato e invadente, non era possibile. E poi c'era anche il fatto che il mio comportamento non era proprio il massimo, per dirla con un eufemismo, mi ubriacavo troppo spesso e non perdevo occasione di insultare e importunare la gente se ne avevo l'opportunit e avevo deciso di farlo. Spesso per il loro aspetto o per qualche particolarit piccola e insignificante che potevo aver rilevato in loro.
Il romanzo che avevo scritto mentre frequentavo l'Accademia di Scrittura fu cestinato, cominciai l'universit, studiavo senza entusiasmo letteratura, non riuscivo pi a scrivere e tutto quello che era rimasto della mia realt di scrittore era il desiderio di essa. In compenso era forte, ma quanti non nutrivano gli stessi desideri nell'ambiente universitario? Suonammo allo Hulen con la nostra band, i Kafkatteria, ci esibimmo al Garage, alcuni dei nostri pezzi furono trasmessi alla radio, ricevemmo un paio di recensioni positive sui giornali di musica, ed era una bella cosa, ma al contempo sapevo che l'unico motivo per cui facevo parte della band era perch ero il fratello di Yngve, dato che ero un batterista veramente scarso. A ventiquattro anni capii all'improvviso che in effetti quella era la mia vita, che era proprio quello l'aspetto che aveva e che probabilmente sarebbe apparsa sempre cos. Che il periodo degli studi, quel periodo della vita cos osannato e di cui tutti parlano, a cui si ripensa sempre con gioia, per me non era altro che quella serie di giorni sconsolati, solitari e incompleti. Che io non l'avessi capito prima dipendeva dalla speranza che era sempre presente dentro di me, da tutti quei sogni ridicoli che pu coltivare un ventenne, sulle donne e sull'amore, sugli amici e sulla gioia, sul talento segreto e sulla svolta improvvisa. Ma all'et di ventiquattro anni vidi le cose come erano. E andava bene cos, avevo le mie piccole gioie anch'io, non era questo, ed ero in grado di sopportare dentro di me tutto ci che esisteva di solitudine e umiliazione, non avevo fondo, fatevi pure avanti, giorni, pensavo a volte, accetto tutto, io sono un pozzo, io sono il pozzo di tutto quello che  fallito, miserevole, patetico, pietoso, imbarazzante, infelice e ignominioso. Forza! Pisciatemi dentro! Cagate pure, se volete! Io prendo tutto! Io resisto! Io sono la sopportazione fatta persona! Che fosse questo che le ragazze con cui ci provavo vedessero nei miei occhi, non ho mai avuto nessun dubbio. Troppa volont, troppo poca speranza. Mentre Yngve, che per tutto quel tempo aveva avuto i suoi amici, i suoi studi, il suo lavoro e la sua band, per non parlare delle sue ragazze, aveva tutte quelle che voleva.
Che cosa aveva lui che io non avevo? Come era possibile che lui avesse sempre chances a disposizione mentre le ragazze con cui parlavo io sembravano inorridite o sardoniche? Comunque fosse, continuavo a stare vicino a lui. L'unico vero amico che conobbi in quegli anni fu Espen, che aveva cominciato l'Accademia di Scrittura un anno dopo di me e che incontrai al primo anno di Lettere quando mi chiese di leggere alcune poesie che aveva scritto. Non sapevo niente di poesia, ma le lessi e gli dissi qualcosa che lui non si accorse erano soltanto stronzate, e dopo, un po' alla volta, diventammo amici. Espen era il tipo che aveva letto Beckett al liceo, ascoltava musica jazz e giocava a scacchi, che aveva i capelli lunghi e la tendenza a essere un po' nervoso e ansiogeno. Era chiuso verso tutti i gruppi che erano formati da pi di due persone, ma aperto intellettualmente, e debutt con una raccolta di poesie il secondo anno che ci conoscevamo, non senza una certa gelosia da parte mia, Yngve ed Espen rappresentavano due lati della mia vita e ovviamente erano inconciliabili.
Probabilmente Espen non se ne rese conto perch facevo sempre finta di sapere quasi tutto, ma mi permise di entrare in un mondo letterario pi avanzato, dove si scrivevano saggi su un verso di Dante, dove niente poteva essere fatto in modo che risultasse sufficientemente complicato, dove l'arte era un qualcosa che si relazionava solo con le cose pi elevate, non nel senso del solenne, visto che ci stavamo muovendo all'interno del canone modernistico, ma dell'ineffabile, dell'indescrivibile, cosa che fu illustrata meglio di chiunque altro da Blanchot nella sua descrizione dello sguardo di Orfeo, la notte della notte, la negazione della negazione, che si poneva molto al di l delle esistenze triviali e in molti sensi miserabili che vivevamo, ma ci che imparai allora fu che anche le nostre vite piccole e ridicole, dove non eravamo in grado di procurarci nulla di quello che volevamo, nulla, dove tutto era al di sopra delle nostre capacit e del nostro potere, era parte di questo mondo e dunque anche di ci che era a esso superiore perch esistevano i libri, bastava leggerli, nessuno se non me stesso poteva allontanarmi da essi. Era solo questione di arrivare fino a l.
La letteratura dell'alto modernismo con tutto quel suo meccanismo enorme e onnipresente era uno strumento, una forma di conoscenza e quando essa veniva rielaborata dal soggetto, la comprensione, le intuizioni che forniva potevano essere confutate senza che andasse perduta la loro essenza, la forma in s rimaneva ed essa poteva cos essere rivolta e applicata alla propria vita, alle proprie fascinazioni che di colpo potevano apparire sotto una luce completamente nuova e piena di significato. Espen stava percorrendo quella strada e io lo seguivo, come uno stupido cagnolino a dire il vero, ma lo seguivo. Sfogliai un po' Adorno, lessi alcune pagine di Benjamin, rimasi per qualche giorno chino su Blanchot, diedi un'occhiata a Derrida e Foucault, provai per un certo periodo ad avvicinarmi a Kristeva, Lacan, Deleuze, mentre al contempo fluttuavano intorno a me poesie di Ekelf, Bjrling, Pound, Mallarm, Rilke, Trakl, Ashbery, Mandelstam, Lunde, Thomsen e Hauge, sulle quali non perdevo mai pi di qualche minuto, le leggevo come fossero prosa, come un libro di MacLean o Bagley, e non imparavo niente, non capivo niente, ma soltanto il fatto di essere in contatto con loro, di avere i loro libri nella mia libreria, condusse a una dislocazione della coscienza, soltanto il semplice fatto che sapessi della loro esistenza era un arricchimento e se anche non mi colmavano di conoscenza divenni ancora pi ricco di intuizioni e percezioni.
Be', quelle non erano certo cose da tirar fuori in sede d'esame o nel corso di una discussione, ma non era neanche ci di cui io, il re delle approssimazioni, ero alla ricerca. Era l'arricchimento. E ci che lo creava quando leggevo per esempio Adorno non era in quello che stavo leggendo, ma nell'immagine che avevo di me stesso mentre lo facevo. Io ero uno che leggeva Adorno! E in quel linguaggio pesante, intricato, dettagliato, preciso, che cercava di elevare sempre pi il pensiero e dove ogni punto era saldamente ancorato come il dado di uno scalatore, c'era anche qualcos'altro, quella modalit precisa di approcciarsi all'atmosfera che scaturiva dalla realt, l'ombra di quelle frasi, capaci di risvegliare in me la vaga bramosia di applicare quella lingua a qualcosa di vero, a qualcosa di vivo. Non a un'argomentazione, ma a una lince, per esempio, o a un merlo o una betoniera. Perch non era cos che la lingua avvolgeva la realt nelle proprie atmosfere, ma al contrario, che la realt emergeva da esse.
Enunciare tutto questo per me stesso, no, questo non lo feci, non esisteva a livello di pensiero, a malapena come intuizione, l'avvertivo pi come una specie di vaga attrazione. Questo lato di me stesso lo tenevo nascosto a Yngve, innanzitutto perch non era interessato, e neanche ci credeva, lui studiava scienze della comunicazione ed era pienamente concorde con la convinzione tipica di quella materia secondo cui la qualit oggettiva non esisteva, tutti i giudizi erano relativi e ci che godeva di popolarit era altrettanto valido di quello che non lo aveva, ma con il passare del tempo questa differenza, e quello che celavo, acquis per me un significato molto pi grande, cominci a riguardare noi due come persone, il fatto che la distanza esistente tra me e Yngve fosse in realt grande e per niente al mondo io volevo che fosse cos, e sistematicamente reprimevo tutto ci che aveva a che fare con questo. Subivo una sconfitta, pativo un insuccesso, avevo frainteso qualcosa di fondamentale, non esitavo mai a dirglielo, perch tutto ci che poteva sminuirmi ai suoi occhi andava bene, mentre le volte che ottenevo qualcosa di significativo spesso evitavo di raccontarglielo.
Forse la cosa in s non era cos pericolosa, ma quando la consapevolezza di ci inizi a farsi sentire fu peggio, perch allora ci pensavo quando eravamo insieme e di conseguenza non mi comportavo pi in modo naturale e impulsivo, non parlavo pi a ruota libera come avevo sempre fatto con lui, ma cominciai a calcolare, valutare, riflettere. Con Espen accadde lo stesso, solo con valenza opposta, in quel caso era la vita leggera, frivola e intesa come forma di intrattenimento che cercavo di smorzare. Al contempo avevo una ragazza di cui non ero mai stato innamorato, non per davvero, cosa che ovviamente non doveva sapere. Restammo insieme per quattro anni. E dunque eccomi l, a recitare dei ruoli, fingendomi una volta una cosa, una volta un'altra. E come se tutto questo non fosse gi abbastanza, lavoravo anche in un'istituzione per persone affette da disturbi psichici, e non mi accontentavo di dare sempre ragione al resto del personale, tutti assistenti e infermieri professionali, ma partecipavo anche alle loro feste che si svolgevano in quella parte di citt che gli studenti aborrivano, i pub frequentati da gente comune con tanto di pianista e canzoni da cantare tutti quanti in coro, dove mi sforzavo di adattarmi alle loro idee, atteggiamenti e opinioni. Il poco che avevo di mio, lo negavo o lo tenevo per me. Per questo nel mio modo di essere c'era qualcosa di furtivo e dubbioso, niente della solidit e della purezza presenti in alcune delle persone che frequentavo all'epoca, e che ammiravo. Ero troppo vicino a Yngve per poterlo valutare a quel modo, perch i pensieri per quanto di buono se ne possa dire, hanno un punto debole e cio per funzionare necessitano di un certo distacco. Tutto ci che  compreso all'interno di questa distanza  lasciato ai sentimenti. Era per via dei sentimenti che nutrivo per lui, che cominciai a nascondere le cose. Lui non poteva fallire in niente. Mia madre s, non mi importava, lo stesso valeva per mio padre e i miei amici, e soprattutto per me stesso, non me ne fregava niente, ma a Yngve non doveva succedere, non gli era concesso di fare la figura dell'idiota, n di mostrare alcuna debolezza. Ma quando questo accadeva, e io ero presente e guardavo imbarazzato, non era la vergogna che provavo a nome suo la cosa pi importante, ma che lui non doveva notarla, non doveva sapere che io nutrivo sentimenti simili, e quel che di sfuggente che in quei contesti trapelava dal mio sguardo, che aveva ricevuto il compito di nascondere i sentimenti, invece di mostrarli, doveva essere comunque palese, se non addirittura facile da interpretare. Anche se diceva qualcosa di stupido o di scontato, ci non modificava il mio atteggiamento nei suoi confronti, non lo valutavo in maniera diversa per questo, quindi quello che nasceva in me si basava esclusivamente sul fatto che lui potesse credere che io mi vergognassi di lui.
Come quella volta che eravamo al Garage una sera tardi e stavamo discutendo della rivista che da tempo progettavamo di fondare, eravamo circondati da gente che scriveva e scattava foto, e tutti avevamo in comune il fatto di avere la stessa dimestichezza con la formazione del Liverpool che aveva giocato nella stagione 1982 come con i membri della scuola di Francoforte, le band inglesi come gli scrittori norvegesi, i film espressionisti tedeschi cos come le serie televisive americane, e l'intenzione di dare vita a una rivista che si occupava da un punto di vista giornalistico e in modo serio di tutta quella variet di argomenti, calcio, musica, letteratura, film, filosofia, fotografia, arte, sembrava una buona idea. Quella notte eravamo l con Ingar Myking, che all'epoca era il redattore del giornale studentesco Studvest, e Hans Mjelva che, oltre a cantare nella nostra band, era stato il predecessore di Ingar in qualit di redattore. Quando Yngve cominci a parlare della rivista, di colpo sentii quello che stava dicendo con le orecchie di Ingar e Hans. Suonava piatto e banale e io abbassai lo sguardo sul tavolo. Avrei dovuto dire quello che pensavo, quindi correggerlo? O me ne sarei dovuto fregare e supportare quello che stava dicendo? In quel caso Ingar e Hans avrebbero pensato che io concordassi con lui. E non volevo neppure questo. Cos scelsi una soluzione intermedia e non dissi niente, nel tentativo che il silenzio potesse confermare sia le affermazioni di Yngve sia le considerazioni che supponevo Ingar e Hans stessero facendo.
Spesso ero cos vigliacco, non volevo urtare nessuno e tenevo per me quello che pensavo, ma quella volta le circostanze erano aggravate sia per quanto riguardava Yngve, che volevo continuasse a essere superiore a me, come era implicito e naturale, sia perch c'era in ballo anche la vanit, cio altre persone, cosicch non potei fare altro che tenere per me quello che pensavo.
La maggior parte delle cose che io e Yngve facevamo avvenivano partendo dalle sue premesse, la maggior parte di quello che facevo da solo, come leggere e scrivere, lo tenevo per me. Ma di tanto in tanto i due mondi, come era inevitabile, si incontravano perch anche a Yngve interessava la letteratura, bench non vi cercasse quello che vi cercavo io. Come quella volta che dovevo intervistare lo scrittore Kjartan Flgstad per una rivista studentesca e Yngve sugger di farlo insieme, cosa a cui risposi subito di s. Flgstad, con quella sua mescolanza di cultura popolare e intellettualismo, le sue teorie sull'elevato e il basso, il suo orientamento di sinistra non dogmatico, ma indipendente, quasi aristocratico, e non ultimi i suoi giochi di parole, era lo scrittore preferito di Yngve. Anche Yngve era famoso per i suoi giochi di parole e per le sue freddure, e la linea principale del suo percorso accademico seguiva il pensiero secondo cui il valore di un'opera d'arte era qualcosa che veniva creata dal ricevente e non esisteva nell'opera in s e secondo cui l'espressione dell'autentico era una questione sulla forma quanto quella sul non autentico. Per me Flgstad era prima di tutto il grande scrittore norvegese. L'intervista con lui era stata commissionata dalla piccola rivista studentesca in neonorvegese Tal, per la quale avevo gi intervistato il poeta Olav H. Hauge e la scrittrice Karin Moe. Quella a Hauge la feci insieme a Espen e all'amico di Yngve, Asbjrn, che scatt le foto, quindi il fatto che Yngve partecipasse a suo modo al progetto era pi che naturale. Era andata bene, a parte un inizio disastroso, perch non avevo detto a Hauge che eravamo in tre, cos quando sbucammo con la macchina nel suo cortile, lui si aspettava soltanto una persona e all'inizio non voleva nemmeno farci entrare. Arrivano in massa, aveva commentato sulla soglia di casa e davanti a quella frase lapidaria, tipica del modo di esprimersi degli abitanti della Norvegia occidentale, mi sentii di colpo come un abitante di quella orientale, contento, superficiale, stupido, troppo zelante e dalla carnagione rubiconda. Hauge era un residente dell'anima che non vacillava davanti a niente, io ero un turista dell'anima che si era portato dietro amici e conoscenti per studiare il fenomeno pi da vicino. Quella era la sensazione che avevo, e a giudicare dal viso duro, quasi ostile di Hauge, probabilmente anche la sua. Comunque alla fine disse A questo punto entrate pure e sgusci davanti a noi guidandoci verso il soggiorno, dove poggiammo le nostre borse e le custodie delle macchine fotografiche. Asbjrn tir fuori la sua e l'alz in controluce, Espen e io prendemmo i nostri appunti. Hauge sedeva su una panca attaccata alla parete mentre guardava per terra. Magari si potrebbe mettere davanti a quella finestra l, disse Asbjrn, la luce sembra buona. Cos possiamo fare delle foto. Hauge alz gli occhi su di lui con il ciuffo grigio che gli cadeva sulla fronte. Qui dentro non si fa nessuna cazzo di foto, esclam. No, certo rispose Asbjrn. Scusi tanto. Si ritrasse leggermente prima di rimettere con discrezione la macchina fotografica nella custodia. Seduto accanto a me Espen stava sfogliando gli appunti mentre teneva in una mano la penna. Lo conoscevo e sapevo che non era la necessit di concentrarsi che lo spingeva in quel momento a rileggerli. Pass parecchio tempo senza che nessuno dicesse niente. Espen mi guard. Guard Hauge. Ho una domanda da farle, disse. Posso? Hauge annu mentre si tirava indietro il ciuffo con un movimento sorprendentemente leggero e femmineo se paragonato a quella sua immobilit mascolina e al silenzio in cui era costantemente immerso. Espen cominci a fare la domanda, leggeva dal bloc-notes, era lunga e intricata e conteneva una piccola analisi di una poesia. Quando ebbe finito, Hauge disse, senza alzare gli occhi, che lui non parlava delle sue liriche.
Avevo letto le domande di Espen, che riguardavano tutte la poetica di Hauge e se lui non voleva parlare delle sue poesie, erano inutilizzabili.
Il silenzio che segu fu duraturo. Adesso Espen era scuro e chiuso in s come Hauge. Erano poeti, pensai,  cos. Rispetto alla loro pesante oscurit mi sentivo un peso leggero, un dilettante che non sapeva nulla, ma che galleggiava in superficie, guardava le partite di calcio, conosceva il nome di qualche filosofo e a cui piaceva la musica pop pi banale. Uno dei testi che avevo scritto per la nostra band, la cosa pi vicina alla poesia che avessi composto, si intitolava Quell'ondeggiar tuo dolce. Comunque dovevo intervenire perch era palese che Espen non avrebbe detto altro nel corso di quell'intervista, cos mi misi a chiedere di Jlster, dove abitava mia madre, perch il pittore Astrup veniva da l e Hauge aveva mostrato interesse per lui, aveva scritto persino una poesia al riguardo. C'era una chiara affinit elettiva tra i due. Ma lui non ne voleva parlare. Invece cominci a raccontare di una gita che aveva fatto molto tempo prima, negli anni sessanta a quanto sembrava, e tutti i nomi che citava, sempre fissando il pavimento, li snocciolava come dandoli per scontati, come se tutti li conoscessero. Noi non ne avevamo mai sentito parlare, e tutto questo suon se non criptico, almeno senza nessun altro significato particolare che non fosse quello legato alla sfera privata. Posi una domanda sui problemi legati alla traduzione, Asbjrn ne fece un'altra, ci rispose allo stesso modo, dando tutto per scontato, come se stesse parlando a se stesso. O al pavimento, ecco. Come intervista era una catastrofe. Ma, dopo che era trascorsa forse un'ora nello stesso modo, in cortile arriv un'altra macchina. Era l'emittente televisiva Nrk, la sezione regionale della contea di Hordaland, volevano che Hauge leggesse qualche poesia, iniziarono, ma si erano dimenticati un cavo e dovettero andare a prenderlo e quando successe, Hauge cambi, di colpo divenne gentile con noi, scherzava e sorrideva, eravamo noi contro la Nrk, si era rotto il ghiaccio perch quando la Nrk ebbe finito la registrazione e se ne furono andati, la sua cortesia rimase immutata, lui era presente in maniera diversa, e aperto. Sua moglie arriv con una torta di mele che aveva appena sfornato per noi e, dopo aver mangiato, Hauge ci mostr la casa, ci port nella biblioteca al primo piano, dove anche scriveva, vidi che sulla scrivania teneva un quaderno con scritto sulla copertina Diario e ci fece vedere alcuni libri e ne parl, tra questi uno di Julia Kristeva, ricordo, perch pensai questo non l'hai sicuramente letto. Hauge non aveva mai frequentato l'universit, e anche se tu lo avessi fatto, non lo hai capito, poi, quando scendemmo lungo le scale, disse qualcosa di assolutamente pregnante e significativo sulla morte, il tono della voce era rassegnato e laconico, ma non privo di ironia, e pensai che quello dovevo tenerlo a mente, quello era importante, quello dovevo ricordarmelo per il resto della vita, ma gi quando eravamo di nuovo seduti in macchina lungo il fiordo di Hardanger, me l'ero dimenticato. Camminava qualche passo dietro di me, Espen e Asbjrn erano gi fuori, era il momento di fare delle foto. Mentre Hauge stava seduto sulla panchina di pietra con le gambe accavallate guardando davanti a s, e Asbjrn, ora accovacciato, ora in piedi, scattava da angolazioni diverse, io ed Espen fumavamo qualche metro pi in l. Era una bellissima giornata d'autunno, fredda e serena: mentre quella mattina ci spostavamo da Bergen verso l'interno, il vapore che si levava dal ghiaccio si stendeva come un velo sopra il fiordo. Le foglie degli alberi che ricoprivano i fianchi delle montagne erano gialle e rosse, il fiordo sotto di noi lucente, le cascate bianche e maestose. Ero contento, l'intervista era finita e tutto era andato bene, ma mi sentivo anche turbato, qualcosa in Hauge mi colmava di inquietudine. Qualcosa che non voleva acquietarsi e di cui non capivo l'origine. Era un uomo anziano, che indossava vestiti da anziano, la camicia di flanella e i pantaloni che portano i vecchi, pantofole e cappello, aveva un'andatura da anziano, eppure in lui non c'era nulla di quel modo di fare e di essere tipico dei vecchi, che caratterizzava invece la nonna o lo zio di mio padre, Alf, anzi, quando a un certo punto si apr nei nostri confronti e volle mostrarci alcune cose, lo fece in maniera candida, quasi infantile, infinitamente gentile, ma anche infinitamente vulnerabile, come si comporterebbe un bambino che non ha amici quando tutto d'un tratto qualcuno mostra interesse per lui, una cosa impensabile per la nonna o Alf, dovevano essere passati pi di sessant'anni da quando si erano aperti in quel modo verso qualcuno, ammesso che l'avessero mai fatto. Oppure no, quello che fece non fu aprirsi, era piuttosto il suo modo naturale di essere, che, quando eravamo appena arrivati, aveva cercato di proteggere con quel suo atteggiamento di rifiuto. Vidi qualcosa che non avrei voluto vedere, perch chi mostrava questo, non era consapevole di come apparisse all'esterno. Aveva pi di ottant'anni, ma in lui non c'era niente di morto n di irrigidito, ed  ci che in realt rende doloroso il vivere, penso adesso. In quel momento mi rese soltanto inquieto.
Posso scattarne anche qualcuna vicino ai meli? chiese Asbjrn.
Hauge annu e dopo essersi alzato, lo segu verso gli alberi. Mi chinai in avanti per spegnere la sigaretta per terra, quando mi raddrizzai cercai con lo sguardo un posto dove mettere il mozzicone, non potevo certo buttarlo nel suo cortile, ma non trovai niente che fosse adatto a quello scopo, quindi me lo infilai in tasca.
Circondati dalle montagne da ogni lato pareva che ci trovassimo all'interno di una enorme volta. Nell'aria si percepiva ancora il sentore di qualcosa di pi morbido e caldo, lo avvertii, come spesso avviene in autunno nella Norvegia occidentale.
Credi che possiamo chiedergli di leggerci qualche poesia? disse Espen.
Se ne hai il coraggio, fallo pure, dissi e vidi che Asbjrn stava sorridendo. Se Hauge era un poeta per Espen, era una leggenda per Asbjrn, che adesso poteva usare tutto il tempo che voleva per fotografarlo. Quando ebbero finito, ritornammo in soggiorno per prendere le nostre cose. Tirai fuori il libro che avevo comprato strada facendo in una libreria, la raccolta completa delle sue poesie, gli domandai se poteva scrivere una dedica a mia madre.
Come si chiama? chiese.
Sissel, risposi.
E poi?
Hatly. Sissel Hatly".
A Sissel Hatly, un saluto da Olav H. Hauge, scrisse in neonorvegese prima di restituirmelo.
Grazie, dissi.
Ci accompagn fino alla porta quando venne il momento di accomiatarci. Espen prepar il libro mentre gli dava di spalle, poi si gir di scatto, con un volto che brillava di timidezza e speranza.
Potrebbe leggerci una poesia?
S, certo, rispose Hauge. Quale vuoi sentire?
Magari quella del gatto? disse Espen. In cortile? Ci starebbe proprio a pennello, eheheh".
Allora vediamo... Eccola qui, comment.
E lesse.
Il gatto siede
nell'aia
quando arrivi.
Parla un po' con il gatto.
 lui che sa nella fattoria.
Tutti sorrisero, anche Hauge.
Era proprio corta, comment. Volete sentirne un'altra?
Volentieri! esclam Espen.
Sfogli ancora, poi riprese a leggere.
Tempo di raccolta.
Queste tiepide giornate di settembre.
Tempo di raccolta. Ancora ci sono alture
nel bosco cariche di mirtilli rossi, i frutti della rosa canina
arrossiscono
lungo i muretti di pietra, le noci si staccano,
e grappoli neri di more brillano tra i rovi,
il tordo cerca gli ultimi ribes
e la vespa succhia il nettare delle dolci susine.
Nel crepuscolo ritiro la scala a pioli e appendo
il mastello nella rimessa. Gli esili ghiacciai
hanno gi un sottile strato di neve fresca.
Dopo essermi coricato, sento il rumore sordo dei pescatori
di sardine,
stanno uscendo in mare. Per tutta la notte so che scivolano
con i loro potenti fari per il fiordo alla ricerca.
Mentre eravamo l in cortile con gli occhi abbassati e lui leggeva, pensai che quello era un momento immenso e privilegiato, eppure neanche a quel pensiero fu permesso di starsene in pace perch l'istante di cui si era impadronita la poesia, letta dal suo creatore l dove era stata creata, era molto pi grande di noi, apparteneva all'infinito, e come potevamo noi, cos giovani e non pi saggi di tre passerotti, accoglierlo e capirlo? Non potevamo e almeno io provai una forte inquietudine mentre leggeva. Era quasi insostenibile. Ci sarebbe stata bene una barzelletta per dare alla quotidianit in cui eravamo intrappolati una specie di forma. Oh, il bello, come gestirlo? Come andargli incontro, come accoglierlo?
Hauge alz per un attimo la mano in segno di saluto quando fummo in procinto di partire ed era gi sparito in casa quando Asbjrn, acceso il motore, si avvi lungo la salita per raggiungere la strada. Mi sentivo come ci si pu sentire dopo aver trascorso una giornata intera d'estate sotto il sole, spossato e pesante, anche se non si  fatto altro che restarsene sdraiati su uno scoglio a occhi chiusi. Asbjrn si ferm a un caff per andare a recuperare la sua ragazza, Kari, che era rimasta l ad aspettarci mentre intervistavamo Hauge. Dopo qualche minuto di conversazione su come era andata, in macchina si fece silenzio, restammo muti a guardare fuori dai finestrini, le ombre che si allungavano all'esterno, i colori che diventavano sempre pi profondi, il vento che soffiava dal fiordo e scompigliava i capelli delle persone all'aria aperta, i lembi svolazzanti dei giornali esposti all'esterno dei chioschi, i bambini sulle loro biciclette, quegli eterni bambini di campagna sulle loro bici. Cominciai a trascrivere l'intervista registrata sul nastro non appena arrivai a casa perch sapevo per esperienza che il distacco che si sarebbe creato nei confronti delle voci, delle domande e di tutto quanto era successo, sarebbe aumentato velocemente con il passare del tempo, cos lo feci subito, mentre ero ancora relativamente vicino a tutto questo, il dubbio e la vergogna sarebbero stati ancora superabili. Il problema, capii immediatamente, era che tutto quello che era avvenuto di importante era accaduto fuori dalla portata del registratore. La soluzione era scrivere le cose come erano andate, riferire tutto, la prima impressione che avevamo avuto, quanto fosse stato introverso, quanto borbottasse, la copertina, la torta di mele, la biblioteca. Espen scrisse un'introduzione alla sua produzione letteraria intercalata qua e l da numerosi passaggi analitici che crearono un bel contrasto a quanto era successo. Dal redattore di Tal, lo studente di filosofia, discepolo di Johannes e acceso sostenitore del neonorvegese, Hans Marius Hansteen, venimmo a sapere che a Hauge l'articolo era piaciuto molto: a Georg Johannessen aveva detto che si trattava di una delle migliori interviste che gli erano mai state fatte, figuriamoci, avevamo vent'anni e per quanto riguardava i giudizi di Hauge e di altri la cortesia veniva sempre prima della verit, comunque quello che aveva apprezzato di pi e che aveva indotto sua moglie a telefonare per chiedere che le inviassero altre copie per regalarle ad amici e conoscenti, era, ho pensato dopo aver letto i suoi diari, il fatto che l'intervista dava di lui un'immagine che non era soltanto lusinghiera. Era ben consapevole del suo lato burbero e di quel suo modo di comportarsi da persona anziana, ovviamente, ma nella forma di rispetto che la gente aveva per lui questo aspetto scompariva sempre, cosa che Hauge, cos amante della verit come era, anche se celata cos profondamente dietro tutti gli strati di cortesia e decoro, probabilmente non aveva sempre gradito.
Sei mesi dopo fu la volta di Kjartan Flgstad. Aveva letto l'intervista a Hauge, disse quando gli telefonai, ed era disposto a farsi intervistare da Tal. Se fossi stato da solo, mi sarei messo a leggere tutti i suoi libri spinto da puro e semplice nervosismo, avrei annotato con estrema precisione un numero di domande sufficienti per sostenere una conversazione di pi ore e avrei registrato tutto quello che veniva detto, perch anche se le mie domande fossero state stupide, non sarebbe stato lo stesso con le sue risposte e se le avessi avute su nastro, il suo tono avrebbe fatto da filo conduttore per l'intera intervista a prescindere da tutte le considerazioni lacunose che mi fossero venute in mente in quel momento. Ma dato che sarebbe stato presente anche Yngve, non ero nervoso allo stesso modo, mi appoggiai a lui, non lessi tutti i libri, annotai le domande in maniera pi approssimativa e, visto che in quel lavoro presi anche in considerazione il rapporto esistente tra me e Yngve, non volevo essere considerato un saputello, non volevo che pensasse che io credevo di conoscere quelle cose meglio di lui e quando ci recammo a Oslo per incontrare Flgstad, era una giornata grigia di inizio primavera, alla fine di marzo o ai primi di aprile, davanti a un caff nel quartiere di Bjlsen, ero preparato peggio di quanto non lo fossi mai stato in situazioni analoghe, sia prima che dopo, e per giunta io e Yngve eravamo arrivati alla conclusione di non usare n il dittafono n il registratore e neppure di prendere appunti durante l'intervista, l'avrebbe resa rigida e formale, avevamo pensato, volevamo che fosse pi una conversazione, impressionistica, qualcosa che nasceva e si sviluppava al momento. Non potevo certo vantarmi della mia memoria, invece Yngve ne possedeva una da elefante e avevamo pensato che se subito dopo avessimo scritto quello che era stato detto, avremmo potuto integrarci a vicenda e cos, insieme, coprire tutto il quadro. Flgstad ci condusse gentilmente dentro il caff, un locale buio da bevitori di birra, ci accomodammo intorno a un tavolino rotondo, appendemmo le giacche allo schienale della sedia, tirammo fuori i fogli con le domande, e quando gli spiegammo che avevamo intenzione di fare l'intervista senza prendere appunti n usare il registratore, Flgstad disse che avevamo tutto il suo rispetto. Lui stesso era stato intervistato una volta dal quotidiano svedese Dagens Nyheter, da un giornalista che non prendeva appunti e che lo aveva citato in maniera impeccabile, cosa che lo aveva impressionato molto. Nel corso dell'intervista mi concentrai egualmente sia su quello che diceva Yngve sia sulle reazioni di Flgstad, cio sia sulle sue risposte, il tono della sua voce, la sua mimica sia sul contenuto della conversazione. Le mie domande erano riferite a quello che succedeva intorno al tavolo, ma anche a quanto accadeva nei libri di Flgstad, nel senso che servivano a completare o compensare qualche lacuna sorta nel corso della situazione contingente. L'intervista dur un'ora e dopo avergli stretto la mano e averlo ringraziato per la sua disponibilit e dopo che lui si fu incamminato in direzione del quartiere dove immaginammo abitasse, eravamo cos eccitati e felici perch era andata bene, no? Avevamo parlato con Flgstad! Eravamo cos entusiasti che nessuno di noi due aveva voglia di mettersi a scrivere il resoconto di quello che era stato detto, avremmo potuto farlo il giorno dopo, adesso era sabato, tra poco alla televisione sarebbe cominciata la partita di calcio inglese valevole per la schedina, potevamo vederla in un pub e poi stare fuori, in fondo non eravamo cos spesso a Oslo... Il giorno seguente dovevamo prendere il treno e quindi neanche allora avevamo tempo di scrivere e quando arrivammo a casa, ognuno se ne and per proprio conto. E visto che avevamo aspettato tre giorni, non potevamo aspettarne altri tre? E poi altri tre e altri tre ancora? Quando finalmente ci sedemmo a un tavolo, non ricordavamo quasi niente. Avevamo le domande, certo, erano di grande aiuto, e poi avevamo un'idea di quello che lui pensava, basata in parte su quello che in effetti ricordavamo in parte su quello che secondo noi aveva voluto dire. Scrivere l'intervista era compito mio, ero io che avevo ricevuto quell'incarico, ma dopo essere riuscito a mettere insieme qualche pagina, mi resi conto che non andava, che era troppo vaga e imprecisa, cos suggerii a Yngve che avremmo dovuto chiamare Flgstad e chiedergli se potevamo sottoporgli altre domande supplementari al telefono. Ci piazzammo davanti al tavolo della stanza di Yngve nell'appartamento di Blekebakken e a fatica buttammo gi qualche altra domanda. Il cuore mi martellava quando composi il numero di Flgstad e non mi sentii di certo meglio quando la sua voce riservata rispose all'altro capo del telefono. Ma quando gli spiegai il motivo della mia chiamata, accett di concederci un'altra mezz'ora, anche se capii dal suo tono che aveva cominciato a capire il senso di quella telefonata. Mentre gli facevo le domande e lui rispondeva, Yngve era nella stanza accanto e come un agente segreto trascriveva tutto quello che veniva detto mentre se ne stava con l'orecchio appiccicato all'altro telefono di casa. E cos adesso avevamo tutto. Tra tutte quelle approssimazioni e incertezze, inserii le nuove frasi che erano assolutamente attendibili, seppur in modo diverso, e che davano un tocco di maggiore autenticit a quelle vicine. Dopo aver aggiunto anche un'introduzione generale alle sue opere, oltre a parti pi analitiche basate sui fatti, il risultato non mi sembr niente male. Anzi, a dire il vero, pareva piuttosto buono. Flgstad aveva chiesto di poter leggere l'intervista prima che venisse pubblicata, cos gliela spedii accompagnata da alcune parole cordiali. Se pretendesse di leggere in anticipo tutte quelle che rilasciava o se si trattasse soltanto di noi che eravamo stati cos incoscienti da farla senza prendere appunti, questo non lo sapevo, ma dal momento che alla fine ero riuscito a portarla a termine, non mi sentivo preoccupato. A dire il vero provavo una vaga sensazione di disagio per via delle parti pi approssimative, ma la scacciai, per quanto ne sapevo non esisteva nessun obbligo che diceva che l'oggetto dell'intervista andava riportato parola per parola. Quindi, quando qualche giorno pi tardi arriv nella mia cassetta della posta la lettera di Flgstad e la tenevo stretta tra le dita, non suon in me nessun campanello d'allarme. Eppure avevo il palmo delle mani sudate e il cuore mi batteva forte. Era arrivata la primavera, il sole era caldo e io, con indosso scarpe da ginnastica, maglietta e jeans, stavo andando al conservatorio di musica dove un amico di mio cugino, Jon Olav, mi avrebbe dato lezioni di batteria. Forse la cosa migliore sarebbe stata lasciare la lettera chiusa a casa perch ero di fretta, ma ero troppo curioso e l'aprii mentre mi avviavo lentamente verso la fermata dell'autobus. Tirai fuori la copia dell'intervista. Era piena di segni rossi e di commenti dello stesso colore scritti a margine. Questo non l'ho mai detto, lessi. Impreciso, vidi. No, no, lessi. ??? vidi. E questo da dove salta fuori? In un modo o nell'altro quasi tutte le frasi erano state corrette o commentate. Rimasi a guardarla impietrito. Ebbi la sensazione di cadere. Di sprofondare nel buio. La breve lettera di accompagnamento che faceva seguito la lessi pi rapidamente che potei, con una velocit febbrile, come se fossi stato in grado di superare l'umiliazione che provavo soltanto quando fossi giunto all'ultima parola. Credo che sia meglio che questo testo non venga pubblicato da nessuna parte, concludeva la missiva. Cordiali saluti, Kjartan Flgstad". Quando ripresi a camminare strascicando i passi perch non facevo altro che riguardare tutti i suoi segni rossi, avevo l'animo in subbuglio. Paonazzo dalla vergogna, sull'orlo delle lacrime, infilai la lettera nella tasca posteriore dei pantaloni e mi fermai davanti all'autobus che era sopraggiunto in quell'istante, salii e andai a sedermi in fondo accanto al finestrino. La vergogna mi bruciava dentro mentre l'autobus si inerpicava come una lumaca verso la zona di Haukeland e gli stessi pensieri martellanti mi tormentavano la coscienza. Non ero abbastanza bravo, non ero uno scrittore e non lo sarei mai diventato. Quello che ci aveva reso cos felici, l'aver parlato con Flgstad, adesso era solo ridicolo e doloroso. Arrivato a casa, telefonai a Yngve che con mio grande stupore prese la cosa abbastanza alla leggera. Certo era un peccato, comment. Sei sicuro di non poterla riscrivere tenendo conto delle correzioni e poi mandargli la nuova versione? Dopo che la disperazione pi nera si era calmata, rilessi le sue considerazioni e la lettera di accompagnamento, e mi accorsi che Flgstad aveva commentato anche i miei commenti, per esempio l'espressione alla Cortzar, ma questo non lo poteva mica fare, giusto? Mettere bocca su quello che io pensavo dei suoi libri? Le mie valutazioni? Glielo scrissi in una lettera in cui specificai che in effetti in alcuni punti l'intervista era caratterizzata da imprecisioni, cos come lui sosteneva, ma alcune di quelle cose lui le aveva dette per davvero, lo sapevo perch avevo preso appunti durante la nostra ultima conversazione telefonica, e inoltre aveva mosso delle obiezioni ai miei commenti, ergo al giornalista, e questo andava al di l del suo mandato. Se voleva, potevo prendere spunto dalle sue correzioni e annotazioni, magari attraverso un'altra intervista telefonica, e poi spedirgli una nuova versione? Alcuni giorni dopo ricevetti una sua lettera cordiale, ma decisa, in cui mi dava ragione sul fatto che alcuni dei suoi commenti erano andati a toccare le mie interpretazioni personali, ma ribadendo che ci non cambiava la sostanza, cio che l'intervista rimaneva impubblicabile. Quando riuscii a scuotermi di dosso l'umiliazione, cosa che richiese sei mesi, un periodo in cui non ero in grado di vedere n la faccia, n i libri, n gli articoli di Flgstad senza provare una profonda vergogna, trasformai l'episodio in una storiella divertente. Che questo succedesse a nostre spese, fu qualcosa che a Yngve non piacque, non vedeva niente di comico nell'umiliazione, o pi precisamente, non ci vedeva niente di umiliante. Le nostre domande erano buone, il dialogo con Flgstad ricco di significato, era questo quello che lui ne aveva ricavato e che voleva ricordare.
La mia vita a Bergen rimase quasi completamente ferma per quattro anni, non vi accadde niente, volevo scrivere, ma non ci riuscivo, ecco come stavano le cose. Yngve racimolava crediti all'universit e viveva la vita che voleva, perlomeno sembrava cos dall'esterno, ma a un certo punto la sua esistenza cominci a ristagnare, non riusciva a portare a termine la tesi, non ci si dedicava molto, forse perch viveva degli allori passati, forse perch nella sua vita stavano accadendo tante altre cose. Dopo esser finalmente riuscito a consegnare la tesi, che parlava del firmamento delle stelle del cinema, rimase disoccupato per un certo periodo, mentre io cominciai a lavorare come obiettore di coscienza per una radio studentesca e lentamente entrai a far parte di un ambiente diverso dal suo, e soprattutto conobbi Tonje con cui, follemente innamorato, mi misi quell'inverno. La mia vita aveva preso una svolta radicale senza che io stesso me ne rendessi conto, ancora per molti anni rimasi aggrappato all'immagine che mi ero elaborato durante i primi anni trascorsi a Bergen, quando tutto d'un tratto Yngve lasci la citt, aveva ottenuto lavoro come consulente alla cultura nel comune di Balestrand, che forse non era esattamente quello a cui aspirava, ma d'altro canto in amministrazione non c'era nessuno che occupasse un incarico superiore al suo, quindi in pratica era lui il direttore culturale, l si teneva un festival di jazz di cui gli fu affidata l'organizzazione e poco dopo si trasfer l anche il suo amico Arvid, che venne assunto anche lui dal comune. Yngve incontr Kari Anne, che aveva conosciuto di sfuggita a Bergen e che lavorava l come insegnante, si misero insieme ed ebbero una bambina, Ylva, un anno dopo si trasferirono a Stavanger, dove Yngve si gett a capofitto in una professione a lui sconosciuta, la grafica. Mi piaceva che svolgesse quel lavoro, ma ero anche inquieto, un poster per il festival di Hundvg e un volantino per un evento locale: era abbastanza soddisfacente per lui?
Non ci toccavamo mai, non ci stringevamo neppure la mano quando ci incontravamo, ci guardavamo raramente negli occhi.
Avevo tutto questo dentro di me mentre eravamo sulla veranda davanti alla casa della nonna in quella tiepida sera estiva del 1998, io dando le spalle al giardino, lui seduto su una sdraio appoggiata alla parete. Se stesse pensando a quello che gli avevo detto, che volevo occuparmi di tutto, anche del giardino, o se la cosa gli fosse indifferente, era impossibile stabilirlo a giudicare dall'espressione del suo viso.
Mi girai e spensi il mozzicone sul bordo inferiore della ringhiera nera di ferro battuto. Piccoli granelli di cenere e brace si sparsero sul cemento armato.
C' un posacenere da qualche parte? dissi.
Non che io sappia, rispose. Usa quella bottiglia che c' l".
Feci come aveva detto e infilai il mozzicone nel collo di quella verde della Heineken. Proponendo di celebrare l il funerale, cosa che quasi sicuramente avrebbe considerato impossibile, la differenza esistente tra noi, che io non volevo fosse visibile, si sarebbe palesata. Lui sarebbe diventato quello realista e pratico, io quello idealista e in balia dei sentimenti. Pap era il padre di entrambi, ma non allo stesso modo e il fatto che io intendessi servirmi del funerale come di una specie di atto di ricostruzione, e oltretutto continuassi a piangere mentre Yngve non aveva ancora versato una lacrima, poteva far sembrare che il mio rapporto con lui fosse stato pi intimo, e, immaginavo, poteva anche essere interpretato come una critica velata al modo in cui Yngve si rapportava a esso. Personalmente non la vedevo cos, ma era la possibilit che invece lui la pensasse cos quella che temevo. Al contempo quella proposta avrebbe provocato uno scontro tra le nostre due volont. Su una sciocchezza, certo, ma in quella situazione non volevo che niente si frapponesse tra noi.
Una sottile striscia di fumo si lev dalla bottiglia appoggiata accanto alla parete. La sigaretta non doveva essersi spenta del tutto. Mi guardai in giro alla ricerca di qualcosa per coprire l'apertura. Il piattino che la nonna aveva usato per dare da mangiare al gabbiano, forse? Sopra c'erano ancora due pezzetti di hamburger e un po' di salsa rappresa, ma poteva andare, pensai, cos con cautela lo misi in bilico sul collo della bottiglia.
Si pu sapere cosa stai combinando? domand Yngve guardandomi.
Faccio una piccola scultura, risposi. Si intitola Hamburger e birra in giardino o meglio Beer in the garden".
Mi raddrizzai e arretrai di un passo.
Il raffinato  rappresentato dal fumo che sale, dissi. In un certo senso la rende interattiva con il mondo. Non soltanto una semplice scultura. E gli avanzi di cibo, che raffigurano la decomposizione. Anch'essa un'interazione, un processo, qualcosa che  in movimento. Forse il movimento in s. In contrapposizione allo statico. E la bottiglia di birra  vuota, non svolge pi nessuna funzione, perch che cos' un contenitore se non contiene qualcosa? Non  niente. Ma il niente ha una forma, capisci? Quella forma  quello che qui ho cercato di mostrare".
Mmm".
Presi un'altra sigaretta dal pacchetto che era rimasto sulla ringhiera e anche se non ne avevo pi voglia, la accesi.
Yngve?
S?
Ho pensato a una cosa. In effetti, ci ho pensato molto. Se non  il caso di fare qui il funerale. In questa casa. Ce la facciamo tranquillamente a rimetterla in ordine in una settimana se ci diamo dentro. Lui qui ha distrutto tutto, e noi non intendiamo accettarlo. Capisci cosa intendo dire?
Certo, rispose. Ma pensi davvero che ce la faremo? Io devo rientrare a Stavanger luned sera. E non riesco a tornare prima di gioved. Forse mercoled, ma con tutta probabilit gioved".
Si pu fare. Ci stai?
S. Bisogna vedere se la cosa piacer a Gunnar".
Non sono affari suoi. Si tratta di nostro padre".
Finimmo di fumare senza dire altro. Sotto di noi la sera aveva cominciato ad addolcire il paesaggio: i suoi spigoli taglienti, che includevano anche le attivit umane, si smussarono gradualmente. Alcune piccole imbarcazioni stavano entrando nell'insenatura e mi fecero pensare agli odori che avevano a bordo, plastica, sale, benzina, che rappresentavano una parte cos importante della mia infanzia. Un aereo di linea proveniente da ovest scivol verso l'interno della citt, volava cos basso che potei vedere il logo della Braathens, SAFE. Spar dalla vista con un rombo sordo. In giardino alcuni uccelli schiamazzavano nascosti dal fogliame di uno dei meli.
Svuotato il bicchiere, Yngve si alz.
Un ultimo sforzo, disse. E per stasera basta".
Mi guard.
A che punto sei l sotto?
Ho lavato tutta la lavanderia e le pareti del bagno".
Bene".
Lo seguii in casa. Quando sentii i suoni alti, ma compressi della televisione, mi venne in mente che la nonna era l dentro. Non potevo fare niente per lei, nessuno poteva, ma pensai che forse si sarebbe sentita un po' sollevata se ci avesse visto e le avessimo ricordato che eravamo l, cos andai da lei e mi sedetti accanto alla sua poltrona.
Hai bisogno di qualcosa? le chiesi.
Alz velocemente gli occhi su di me".
Sei tu? Dov' Yngve?
In cucina".
Ah, fece prima di rivolgere nuovamente lo sguardo verso la televisione. Quel guizzo, quella sveltezza che l'aveva sempre contraddistinta non era scomparsa, ma con la magrezza era cambiata, o era diventata visibile in un modo diverso, era legata soltanto ai suoi movimenti, non al suo carattere, quello che aveva un tempo. Prima era veloce, allegra, sociale, dalla battuta pronta, spesso ci faceva l'occhiolino per indicare che sapeva destreggiarsi tra pi situazioni contemporaneamente. Adesso in lei c'era il buio. La sua anima era buia. Lo vidi, era impressionante. Ma forse c'era sempre stato? Era sempre stato insito dentro di lei?
Teneva le braccia appoggiate lungo i braccioli mentre le mani ne stringevano le estremit, come se stesse viaggiando a gran velocit.
Vado gi a pulire un po' il bagno, dissi.
Gir la testa verso di me.
Sei tu?
S, risposi. Vado gi a pulire un po' il bagno. Ti serve qualcosa?
No, grazie".
Okay". Mi voltai per andare.
Non avete mica l'abitudine di farvi un goccetto la sera, vero? disse. Tu e Yngve?
Si era fatta l'idea che anche noi bevessimo? Che non era soltanto pap che aveva distrutto la propria vita, ma anche i suoi figli?
No, risposi. Assolutamente no".
Non sembrava che la nonna volesse aggiungere altro, cos scesi le scale fino al seminterrato che continuava a puzzare anche se la fonte di quegli odori era stata rimossa, sciacquai il secchio rosso, lo riempii nuovamente di acqua bollente e pulita e ripresi a lavare il bagno. Prima lo specchio, dove la patina marroncina pareva quasi impossibile da rimuovere e che riuscii a eliminare soltanto quando usai un coltello che ero andato a prendere su di corsa in cucina e una spugna abrasiva, poi il lavandino, la vasca da bagno, gli infissi della finestra che c'era sopra, poi il vetro smerigliato lungo e stretto, poi il water, poi la porta, la soglia, gli stipiti, e per concludere fregai il pavimento, rovesciai l'acqua grigia di sporco nel gabinetto e portai il sacco della spazzatura sulla scala, dove rimasi per qualche minuto a guardare quell'oscurit estiva, che in realt non era buio, ma sembrava pi un difetto della luce.
Le voci rumorose che si levavano e si affievolivano nella via principale in lontananza, probabilmente di un gruppo di amici che stava andando in centro, mi ricordarono che era sabato sera.
Perch aveva chiesto se bevevamo? Era solo per via della sorte che era toccata a pap o c'era qualche altro motivo?
Pensai a quella volta quando avevo finito il liceo qui in citt, dieci anni prima, e a tutto il rituale dei festeggiamenti con cui si celebra la maturit, in quel periodo ero sempre ubriaco, ma in particolare quando presi parte alla sfilata, il nonno e la nonna che erano tra la folla che si accalcava lungo la via e mi avevano chiamato a gran voce, l'espressione tesa dei loro volti quando si resero conto dello stato in cui ero. Avevo cominciato a bere pesantemente la Pasqua di quell'anno mentre ero in ritiro in Svizzera con la mia squadra, e avevo continuato per tutta la primavera, c'era sempre un'occasione, sempre un ritrovo, sempre qualcun altro che voleva aggregarsi e con indosso la tuta rossa da maturando tutto era lecito e tutto era concesso. Per me era il paradiso, ma per la mamma, con cui vivevo da solo, era diverso, alla fine mi butt fuori, decisione che mi lasci del tutto indifferente, la cosa pi facile del mondo era trovare un posto dove dormire, che si fosse trattato di un divano nella taverna di un amico o sul pullman che come molti altri studenti dell'ultimo anno avevamo comprato e modificato per andarcene in giro durante i festeggiamenti, o sotto il cespuglio di un parco. Per i nonni quel periodo rappresentava il passaggio dal mondo delle scuole superiori a quello accademico, cos era stato per il nonno e cos era stato per i suoi figli, c'era una specie di solennit in esso che io disonorai e insudiciai ubriacandomi e fumando canne senza ritegno e per il fatto di essere il redattore del giornale degli studenti maturandi che per illustrare l'argomento principale che riguardava il tema della deportazione da Flekkerya, aveva usato come immagine di copertina quella degli ebrei che venivano trasferiti dai ghetti ai campi di concentramento. Anche quella era una questione di tradizione: mio padre era stato a sua volta redattore del giornale quando era all'ultimo anno del liceo. E io avevo sputtanato tutto quanto.
Ma mentre ci davo dentro, non rivolsi a questo neppure un pensiero, cosa che il diario che tenevo all'epoca esprimeva chiaramente, dove l'unico elemento a cui davo peso era la sensazione di felicit.
Ormai avevo bruciato tutti i diari e tutte le annotazioni che avevo scritto, non c'era quasi pi traccia di quello che ero prima di compiere venticinque anni, e a ragion veduta: da quel periodo non ne veniva niente di buono.
L'aria era diventata leggermente pi pungente e visto che la mia pelle era cos calda dopo il lavoro, la percepii subito, come mi avvolgeva, come premeva sull'epidermide e mi inondava la bocca quando l'aprivo. Ammantava gli alberi davanti a me, le case, le automobili, i pendii rocciosi. Come confluiva in un punto quando la temperatura si abbassava, queste frane continue che cadono dal cielo e che noi non possiamo vedere, come essa si abbatte su di noi simile a ondate enormi, sempre in movimento, in lenta caduta, con rapidi turbinii, dentro e fuori da tutti quei polmoni, andando a cozzare contro tutti quei muri e angoli, sempre invisibile, sempre l.
Ma pap non respirava pi. Era quello che gli era successo, il legame con l'aria era stato interrotto, adesso essa si limitava a premere su di lui come faceva su qualsiasi altro oggetto, un pezzo di legno, una tanica di benzina, un divano. Lui non penetrava pi nell'aria, perch  questo che avviene quando si respira, si compenetra, si pervade sempre pi il mondo.
Adesso giaceva da qualche parte qui in citt.
Mi voltai e rientrai, in quello stesso istante sull'altro lato della strada qualcuno apr una finestra da cui uscirono musica e voci alte.
Anche se l'altra toilette era pi piccola e non altrettanto sporca, ci misi lo stesso tempo per pulirla. Quando ebbi finito, presi i detersivi, gli stracci, i guanti e il secchio e andai su al primo piano. Yngve e la nonna erano seduti al tavolo della cucina. L'orologio appeso alla parete alle loro spalle segnava le nove e mezzo.
Adesso avrai ben finito di lavare! esclam la nonna.
S, s, risposi. Per stasera basta".
Guardai Yngve.
Hai parlato con la mamma oggi?
Scosse la testa.
L'ho fatto ieri".
Le avevo promesso di chiamarla oggi, ma non credo di averne la forza. E poi adesso  un po' tardi".
Fallo domani, comment Yngve.
Invece devo parlare con Tonje. Lo faccio adesso".
Andai in sala da pranzo e chiusi la porta della cucina dietro di me. Mi sedetti un attimo su una sedia per riprendermi un po'. Poi composi il numero di casa. Rispose immediatamente, come se fosse rimasta in attesa accanto al telefono. Conoscevo tutte le sfumature della sua voce ed erano quelle che adesso assorbivo, non quello che lei diceva. Prima il calore e l'empatia e la nostalgia, poi la sua voce sembr quasi rannicchiarsi in se stessa e diventare piccola, come se volesse penetrare dentro di me. La mia era piena di distacco. Lei si avvicinava a me, e io ne avevo bisogno, ma io non mi avvicinavo a lei, non ci riuscivo. Descrissi brevemente quanto era successo quaggi senza entrare nei dettagli, ma limitandomi a dire che era terribile e che piangevo in continuazione. Poi parlammo un po' di quello che aveva fatto lei, anche se all'inizio non voleva, e poi un po' di quando sarebbe venuta. Dopo aver riattaccato, tornai in cucina, che era vuota, e bevvi un bicchiere d'acqua. La nonna era nuovamente seduta davanti alla televisione. Andai da lei.
Dov' Yngve, lo sai?
No, rispose. Non  in cucina?
No".
L'odore di piscio mi penetrava le narici.
Rimasi in piedi senza sapere cosa fare. Le feci erano facili da spiegare. Era stato cos ubriaco da non riuscire pi a mantenere il controllo delle sue funzioni corporee.
Ma lei dov'era in quei momenti? Che cosa faceva?
Provai l'impulso di sfondare lo schermo del televisore con un calcio.
Tu e Yngve non bevete, vero? disse di colpo, ma senza guardarmi.
Scossi la testa.
No. Cio, capita qualche rara volta. Ma soltanto un pochino. Mai tanto".
Neanche stasera?
No, sei matta! No, non mi verrebbe mai in mente. E neanche a Yngve".
Che cos' che non mi verrebbe mai in mente? chiese Yngve alle mie spalle. Mi girai. Sal i due gradini che separavano la parte bassa da quella alta del soggiorno.
La nonna mi ha chiesto se abbiamo l'abitudine di bere".
Una volta ogni tanto capita, rispose. Ma non spesso. Adesso ho due figli piccoli, sai".
Ne hai due? disse la nonna.
Yngve sorrise. Anch'io.
S, rispose. Ylva e Torje. Ylva l'hai vista. Torje lo conoscerai al funerale".
Quel guizzo di vitalit che era apparsa sul volto della nonna si spense. Incrociai lo sguardo di Yngve.
 stata una lunga giornata, dissi. Forse  arrivata l'ora di andare a nanna?
Io faccio prima un salto in veranda, comment Yngve. Vieni?
Annuii. Entr in cucina.
Hai l'abitudine di rimanere alzata fino a tardi? domandai.
Cosa? esclam la nonna.
Stavamo pensando di andare a letto, spiegai. Tu rimani su?
No. Oh, no. Vado anch'io a dormire".
Alz lo sguardo verso di me.
State di sotto nella nostra vecchia camera da letto?  libera".
Scossi la testa inarcando le sopracciglia a mo' di scusa.
Pensavamo di dormire di sopra. In soffitta. Abbiamo gi disfatto le valigie".
S, anche l va bene".
Vieni? chiese Yngve, era nella parte inferiore del soggiorno con un bicchiere di birra in mano.
Quando uscii sulla veranda, era seduto su una sedia da giardino in legno e aveva davanti a s un tavolo dello stesso tipo.
Dove l'hai trovato?
Nel ripostiglio qui sotto, spieg. Mi sembrava di ricordare di averlo visto qui una volta".
Mi appoggiai alla ringhiera. In lontananza scintillava con le sue luci il traghetto per la Danimarca. Stava prendendo il largo. Le piccole imbarcazioni che riuscivo a vedere avevano tutte le lampare accese.
Dobbiamo procurarci una di quelle falciatrici elettriche, dissi. O come diavolo si chiamano. Qui non basta un normale tosaerba".
Luned sulle pagine gialle troviamo una ditta che le noleggia".
Poi mi guard.
Hai parlato con Tonje?
Annuii.
S, non saremo in tanti, disse Yngve. Noi due, Gunnar, Erling, Alf e la nonna. Sedici, se contiamo anche i bambini".
No, non sar sicuramente un funerale di stato".
Dopo aver posato il bicchiere, Yngve si appoggi alla sedia. In alto sopra gli alberi, verso il cielo velato di grigio, svolazzava un pipistrello.
Hai pensato a come farlo? disse.
Il funerale?
S".
No, non proprio. Ma io non voglio nessuna cerimonia funebre etico-umanista del cazzo. Questo  sicuro".
Sono d'accordo. Religioso allora".
S, non ci sono altre alternative, no? Per lui non faceva parte della chiesa di stato".
No? esclam Yngve. Sapevo che non era cristiano, ma non che si fosse tolto dalla chiesa luterana norvegese".
S. L'aveva detto una volta. Io mi sono tolto il giorno in cui ho compiuto sedici anni, quando glielo ho comunicato durante una delle cene che aveva in Elvegaten, si  infuriato. E allora Unni ha commentato che se anche lui lo aveva fatto, non poteva di certo arrabbiarsi se io avevo seguito il suo esempio".
Non credo che gli sarebbe piaciuto, disse Yngve. Non voleva avere niente a che fare con la chiesa".
Ma  morto, replicai. E almeno io voglio cos. Non ho nessuna intenzione di prendere parte a nessuno pseudorituale inventato di sana pianta e leggere qualche poesia del cazzo. Voglio che sia una cosa fatta come si deve. Dignitosa".
Sono perfettamente d'accordo".
Mi voltai di nuovo a guardare la citt da cui saliva un ronzio uniforme di sottofondo, a volte interrotto dal rombo improvviso e potente di un motore, spesso proveniente dal ponte, che in quel periodo i ragazzi si divertivano a percorrere a gran velocit, ma anche dalla lunga e dritta Dronningens gate.
Vado a dormire, disse Yngve. Entr in soggiorno senza richiudere la porta. Spensi il mozzicone per terra e lo seguii. Quando la nonna cap che saremmo andati a dormire, si alz per andare a cercare le lenzuola.
Ci pensiamo noi, intervenne Yngve. Non c' problema. Vai pure a letto!
Sei sicuro? disse lei, in piedi, piccola e curva sul pianerottolo delle scale, alzando gli occhi verso di lui.
Certo, rispose Yngve. Ce la caviamo da soli".
S, s. Allora buonanotte".
Poi scese lentamente le scale senza girarsi.
Provai un forte disagio.
All'ultimo piano non c'era l'acqua corrente, cos salimmo a prendere gli spazzolini, poi ci lavammo i denti davanti al lavello della cucina, chini a turno sul rubinetto prima di sciacquarci la bocca, come se fossimo tornati bambini. In vacanza.
Mi asciugai la schiuma del dentifricio dalle labbra con la mano che poi mi passai sui pantaloni. Erano le undici meno venti. Era da parecchi anni che non andavo a dormire cos presto. Ma era stata una lunga giornata. Avevo il corpo indolenzito dalla stanchezza e mi faceva male la testa a furia di piangere. Per il momento era passato. Forse ero diventato immune. Forse mi ero gi abituato a tutto questo.
Quando arrivammo di sopra, Yngve apr la finestra e la blocc con il gancio, accese le due applique sopra la testiera del letto. Feci lo stesso dalla mia parte e spensi il lampadario. C'era odore di chiuso e non veniva dall'aria, ma dai mobili e tappeti che erano rimasti inutilizzati e si erano impolverati da un paio d'anni, forse di pi.
Yngve si sedette sul suo lato del letto matrimoniale e si spogli. Lo imitai. C'era un che di troppo intimo nel dormire insieme nello stesso letto, non lo facevamo da quando eravamo bambini, vicini l'uno accanto all'altro in tutt'altra maniera. Almeno avevamo ognuno il proprio piumone.
Hai mai pensato al fatto che pap non ha avuto modo di leggere il tuo romanzo? disse Yngve girando la testa verso di me.
No, risposi. Non ci ho pensato affatto".
Yngve aveva ricevuto il manoscritto non appena lo ebbi terminato, all'inizio di giugno. La prima cosa che aveva commentato dopo averlo letto fu che pap mi avrebbe fatto causa. Si era espresso proprio cos. Ero a un telefono pubblico in aeroporto, stavo partendo per andare in vacanza in Turchia con Tonje, non sapevo se lui si sarebbe infuriato o mi avrebbe sostenuto, non avevo idea di come avrebbero reagito le persone a me pi vicine nei confronti di quello che avevo scritto. Non so se sia buono o no, aveva dichiarato. Ma pap ti far causa. Ne sono certo".
Ma c' una frase che viene ripetuta pi volte, dissi adesso. Mio padre  morto'. Te la ricordi?
Yngve scost il piumone, tir su le gambe sul letto e si sdrai. Si alz per met per aggiustarsi il guanciale.
Vagamente, rispose e si distese nuovamente.
 quando Henrik se ne va dal villaggio. Ha bisogno di una scusa ed  l'unica che gli viene in mente. Mio padre  morto.'
 vero".
Mi tolsi i pantaloni e i calzini e mi sdraiai cercando la posizione pi comoda. Prima supino, con le mani incrociate sull'addome, fino a quando mi resi conto che sembravo un morto e inorridito mi girai di lato da dove vedevo i miei vestiti ammonticchiati per terra. Col cazzo che sarebbero rimasti l cos, pensai, e dopo aver appoggiato nuovamente i piedi per terra, piegai con cura i pantaloni e la maglietta, li misi sulla sedia accanto, con sopra i calzini.
Yngve spense la luce dalla sua parte.
Leggi? chiese.
No, no, risposi prima di cercare a tentoni con la mano l'interruttore lungo il cavo. Non c'era, per quanto riuscissi a sentire. Allora era sulla lampada? S, eccolo.
Lo premetti, con forza, perch il vecchio meccanismo faceva resistenza. Le applique dovevano essere degli anni cinquanta o gi di l. Di quando erano venuti l ad abitare.
Buonanotte, allora, augur Yngve.
Buonanotte".
Oh, ero felice che lui fosse l. Se fossi stato solo la mia testa si sarebbe riempita delle immagini di pap come cadavere, tutto ci a cui sarei riuscito a pensare sarebbe stato la fisicit della morte, il suo corpo, le dita delle mani e le gambe, gli occhi ciechi, i capelli e le unghie che continuavano a crescere. La stanza in cui giaceva, forse su una di quelle cose che assomigliavano a dei cassetti e che comparivano sempre negli obitori dei film americani. Ma ora il suono del respiro di Yngve e tutti quei suoi piccoli movimenti mi infondevano tranquillit. Bastava chiudere gli occhi e aspettare l'arrivo del sonno.
Mi svegliai un paio d'ore dopo quando percepii la presenza di Yngve in piedi accanto al letto. Prima si guard intorno indeciso, poi, afferrato il piumone, lo arrotol e lo trasport tra le braccia attraverso la stanza, usc dalla porta, poi si gir e torn indietro. Quando fece per ripetere gli stessi gesti, gli dissi:
Stai camminando nel sonno, Yngve. Rimettiti a dormire.
Mi guard.
Non cammino nel sonno, rispose. Il piumone deve passare dalla porta tre volte".
Okay, risposi. Se lo dici tu".
And avanti e indietro un altro paio di volte. Poi si sdrai sul letto e si copr per bene con il piumone. Gir la testa qua e l borbottando qualcosa.
Non era la prima volta che camminava nel sonno. Quando eravamo piccoli, Yngve era un famigerato nottambulo. Una volta la mamma lo trov nella vasca da bagno, dentro cui sedeva nudo con il rubinetto dell'acqua aperto, un'altra riusc ad acciuffarlo per un pelo mentre stava uscendo di casa per andare da Rolf a chiedergli se voleva giocare a pallone. Oppure gettava il piumone dalla finestra e incredibilmente trascorreva il resto della notte a congelare. Anche pap camminava nel sonno. Era capitato che fosse entrato nella mia stanza a notte fonda e fosse rimasto l in piedi in mutande, magari apriva un armadio e ci sbirciava dentro, magari guardava verso di me senza dare segno di riconoscermi. A volte lo sentivo armeggiare dentro il soggiorno, stava spostando i mobili. Una volta si era sdraiato sotto il tavolino del soggiorno e quando aveva fatto per alzarsi, aveva battuto la testa con tanta violenza da farla sanguinare. Quando non camminava, si metteva a parlare o a gridare nel sonno, e quando non lo faceva, digrignava i denti. La mamma diceva sempre che era come essere sposata con un marinaio che si stava imbarcando per andare in guerra. Per quanto riguarda me una notte avevo pisciato dentro l'armadio, ma per il resto mi ero limitato a parlare, fino a quando durante l'adolescenza quell'attivit si fece a periodi molto intensa. L'estate in cui vendevo cassette per le strade di Arendal e vivevo a casa di Yngve, avevo preso il suo astuccio ed ero uscito nudo sul prato, poi mi ero messo a guardare dentro tutte le finestre fino a quando Yngve era riuscito a entrare in contatto con me. Negai di aver camminato nel sonno, la prova era l'astuccio, guarda, gli avevo detto, ecco qui il mio portafoglio, stavo andando a fare la spesa. Innumerevoli erano state le volte in cui mi ero piazzato davanti alla finestra a guardare il terreno che si alzava e abbassava, i muri cadere o l'acqua salire. Una volta mi ero messo a reggere la parete mentre gridavo a Tonje che doveva sbrigarsi a uscire prima che crollasse la casa. Un'altra mi ero fissato che lei giaceva dentro l'armadio e avevo cominciato a gettare fuori tutti i vestiti per trovarla. Quando dormivo con altre persone che non erano lei, di solito li avvertivo prima, nel caso succedesse qualcosa, e durante una gita con un amico, Tore, due anni prima, avevamo affittato un cosiddetto appartamento per scrittori in una grossa tenuta nei dintorni di Kristiansand per scrivere la sceneggiatura di un film, quell'accortezza aveva salvato la situazione, perch dormivamo nella stessa stanza e nel cuore della notte mi ero alzato, ero andato da lui e dopo avergli strappato via le coperte, lo avevo afferrato per le caviglie dicendogli, mentre mi fissava terrorizzato, tu sei soltanto una bambola. Ma la fantasia pi ricorrente era che una lontra o una volpe si fosse intrufolata dentro il mio piumone che io gettavo a terra e calpestavo fino a quando ero sicuro che l'animale fosse morto. Poteva trascorrere un anno senza che accadesse niente e poi tutto a un tratto subentravano periodi in cui non passava notte senza che io mi alzassi e cominciassi a deambulare. Mi svegliavo nelle soffitte, nei corridoi, sui prati, sempre sul punto di fare qualcosa che in quel momento sembrava assolutamente sensato, ma che, quando mi destavo, appariva altrettanto assurdo.
La cosa pi strana della vita da sonnambulo di Yngve era che a volte nel sonno si esprimeva usando il dialetto della Norvegia orientale. Si era trasferito da Oslo all'et di quattro anni e non lo parlava da quasi trenta. Eppure poteva venirgli alle labbra quando dormiva. In questo c'era qualcosa di inquietante.
Lo guardai. Era sdraiato sulla schiena, con una gamba fuori dal piumone. Dicevano sempre che noi due eravamo uguali, ma doveva trattarsi di un'impressione generale, quella che emanavamo, perch se si prendeva in considerazione ogni singolo tratto, non avevamo molto in comune. Gli unici forse erano gli occhi, che avevamo preso entrambi dalla mamma. Ma quando trasferitomi a Bergen incontravo i conoscenti pi periferici di Yngve, capitava che mi chiedessero: Sei tu Yngve?. Che io non lo fossi era gi sottinteso nel modo di formulare la domanda perch se lo avessero pensato, ovviamente non me lo avrebbero chiesto. Lo facevano perch trovavano la somiglianza impressionante.
Gir la testa di lato sul cuscino, come se sentisse di essere osservato, e tentasse di opporsi. Chiusi gli occhi. Spesso aveva sostenuto che in alcune occasioni pap aveva distrutto completamente il suo amor proprio, lo aveva umiliato come solo lui sapeva fare e che questo aveva influenzato alcuni periodi della sua vita, quando era arrivato alla conclusione di essere un incapace, di non valere niente. E poi gli altri periodi in cui tutto andava bene, tutto scorreva, non esistevano dubbi. Da fuori si vedevano soltanto questi ultimi.
Pap aveva influenzato anche l'immagine che avevo di me, ovvio, ma forse in un altro modo, io almeno non avevo mai periodi di dubbio seguiti da periodi di fiducia, per me era sempre tutto mescolato e il dubbio, che caratterizzava una parte cos ampia del mio mondo delle idee, non era mai rivolto al grande, ma sempre al piccolo, quello che aveva a che fare con l'ambiente che mi circondava, amici, conoscenti, ragazze, che ero sempre sicuro avessero una bassa considerazione di me, mi reputassero un deficiente, cosa che mi bruciava dentro, mi bruciava dentro ogni giorno, ma quando si trattava del grande, non mettevo mai in dubbio che sarei stato capace di arrivare fin dove volevo, sapevo di averlo dentro di me, perch le mie aspirazioni erano cos grandi e non si acquietavano mai. Come potevano? Come avrei fatto altrimenti a schiacciare tutti?
Quando mi risvegliai, Yngve si stava abbottonando la camicia davanti alla finestra.
Che ore sono? chiesi.
Si volt.
Le sei e mezzo.  presto per te?
Puoi ben dirlo".
Si era messo un paio di pantaloni leggeri color cachi, di quelli che arrivano fin sotto le ginocchia, e una camicia a righe grigie che gli pendeva fuori.
Vado gi, disse. Vieni anche tu o cosa?
S, s".
Non  che ti riaddormenti, vero?
No".
Quando non si sent pi il rumore dei suoi passi, poggiai i piedi per terra e agguantai i vestiti dalla sedia. Mi guardai insoddisfatto la pancia, dove due rotoli di ciccia facevano bella mostra di s all'altezza dei fianchi. Mi tastai la schiena con la mano, fortunatamente l non c'era ancora niente da stringere. Comunque avrei dovuto cominciare ad andare a correre non appena tornato a Bergen, questo era poco ma sicuro. E fare gli addominali tutte le mattine.
Presi la maglietta e l'annusai.
No, non andava proprio.
Aperta la valigia, scelsi una maglietta bianca dei Boo Radleys che avevo comprato quando avevano suonato a Bergen un paio di anni prima, e un paio di pantaloni blu scuro a cui avevo tagliato via un pezzo. Anche se fuori non c'era il sole, l'aria era calda e afosa.
Dabbasso Yngve aveva messo su il caff e tirato fuori pane e companatico dal frigo. La nonna era seduta a tavola, aveva indosso lo stesso vestito che aveva usato il giorno prima, e stava fumando. Non avevo fame e mi accontentai di una tazza di caff e di una sigaretta sulla veranda prima di prendere il secchio, gli stracci e i detersivi e scendere al pianterreno per mettermi al lavoro. Prima andai in bagno per vedere quello che avevo fatto il giorno prima. A parte la tenda della doccia macchiata e appiccicosa che per qualche motivo avevo lasciata appesa, non sembrava per niente male. Logoro per via degli anni, certo, ma pulito.
Tirai gi l'asta che andava da parete a parete sopra la vasca, tolsi la tenda e la gettai nel sacco della spazzatura, poi lavai l'asta e i due ganci e la rimontai. Adesso bisognava decidere il da farsi. La lavanderia e i due bagni erano a posto. Gi restavano la camera della nonna, il corridoio interno con l'ingresso, la stanza di pap e la camera grande. Per il momento non volevo pulire quella della nonna, mi sembrava quasi di fare violenza su di lei, sia perch si sarebbe resa conto che noi vedevamo come viveva sia perch sembrava una forma di interdizione, il nipote che lava la camera da letto della nonna. Non avevo neppure la forza di cominciare con quella di pap, anche perch l dentro c'erano carte e altre cose che prima dovevamo esaminare e suddividere. L'ingresso con la moquette doveva aspettare fino a quando ci fossimo procurati un battitappeto. Quindi non rimanevano che le scale.
Riempii il secchio d'acqua, presi un flacone di ammoniaca Klorin, uno di sapone verde e uno di crema abrasiva Jif, e cominciai, prima con la ringhiera, che come minimo non veniva pulita da cinque anni. Tra le sbarre si annidava ogni genere di schifezze, foglie sbriciolate, sassolini, insetti rinsecchiti, vecchie ragnatele. La ringhiera, che in s era scura, in alcuni punti era quasi nera, qua e l appiccicosa. Ci spruzzai sopra dello Jif, strizzai lo strofinaccio e fregai ogni singolo centimetro. Quando in quel modo un pezzo era pulito e aveva ripreso una parvenza del vecchio dorato scuro originale, immersi un altro straccio nell'ammoniaca e ripresi a strofinare con quello. Sia l'odore di Klorin sia l'aspetto del flacone blu mi riportarono indietro la memoria agli anni settanta, e pi precisamente al mobiletto sotto il lavello della cucina dove c'erano i detersivi. A quei tempi il Jif non esisteva. Ma l dentro c'era la polvere per lavare Ajax, in una confezione di cartone rossa, bianca e blu. C'era anche il sapone verde. E il Klorin: il design di quella bottiglia di plastica blu con il tappo zigrinato e con la chiusura di sicurezza a prova di bambino era rimasto immutato fin d'allora. C'era una marca che si chiamava OMO. E poi c'era un fustino di detersivo in polvere con l'immagine di un bimbo che stringeva tra le mani una confezione analoga, e cos via. Forse era il Blenda? Comunque sia, mi arrovellavo spesso il cervello su quei pensieri dettati da questa forma di regressione, che in linea di massima era infinita e che era presente anche in altri posti, per esempio nello specchio del bagno, dove si poteva tenerne un altro dietro la testa in modo che le immagini proiettate dai due specchi venissero lanciate avanti e indietro mentre al contempo penetravano in profondit e diventavano sempre pi piccole, l fino a dove poteva arrivare l'occhio. Ma cosa succedeva dietro ci che l'occhio era in grado di vedere? Il rimpicciolimento continuava?
Tra quel momento e quello che stavo vivendo esisteva tutto un mondo di marche, e quando ci pensavo quel mondo riaffiorava con i suoi suoni e sapori e odori, assolutamente irresistibile, come  sempre tutto quello che si  perso, tutto quello che  scomparso. L'odore dell'erba appena tagliata e appena innaffiata mentre sei seduto su un campo da calcio un pomeriggio d'estate dopo gli allenamenti, le lunghe ombre degli alberi immobili, le grida e le risa dei bambini che stanno facendo il bagno nel laghetto sull'altro lato della strada, il gusto forte, eppure dolce delle XL-I. O il sapore del sale che infallibilmente ti riempie la bocca quando ci si tuffa in mare, anche se si stringono le labbra nel momento in cui la testa ne fende la superficie, il caos delle correnti e dell'acqua spumeggiante l sotto, ma anche la luce delle alghe e delle verzure marine, la roccia nuda, i grappoli di cozze e le distese di piccoli crostacei che luccicano tranquilli e pacifici perch  una tersa giornata di mezz'estate e il sole brucia in quel cielo marino, alto e blu. L'acqua che scivola via lungo il corpo quando ci si tira su tenendosi a un incavo della roccia, le gocce che rimangono tra le scapole per quei pochi secondi prima che il caldo le faccia evaporare, quelle del costume che invece continuano a gocciolare anche molto tempo dopo che ci si  sdraiati sull'asciugamano. Un motoscafo da corsa che plana sulle onde, con movimenti intermittenti e fuori tempo, la prua che si solleva e si sentono dei brevi tonfi che si aggiungono al ronzio del motore, l'irreale in tutto questo, visto che l'ambiente circostante  troppo grande e aperto perch la sua presenza riesca a fissarsi.
Tutto ci esisteva ancora. Gli scogli erano identici, il mare che si infrangeva su di essi lo faceva allo stesso modo e anche il paesaggio sottomarino, con le sue piccole valli e insenature e ripidi pendii e burroni, cosparso di stelle marine e ricci di mare, di granchi e pesci, era uguale. Si potevano ancora comprare le racchette da tennis della Slazenger, le palline della Tretorn e gli sci della Rossignol, gli attacchi della Tyroka e gli scarponi della Koflack. Le case in cui abitavamo esistevano ancora, tutte quante. L'unica differenza, che  quella tra la realt degli adulti e quella dei bambini, era che non fossero pi cariche di significato. Un paio di scarpe da calcio Le Coque erano soltanto un paio di scarpe da calcio. Se adesso sentivo qualcosa quando ne tenevo un paio in mano, era soltanto un'eco dell'infanzia, nient'altro, niente in s. Lo stesso con il mare, lo stesso con gli scogli, lo stesso con il sapore di sale che in modo cos penetrante sapeva colmare quelle giornate estive, ora sapeva soltanto di sale, end of story. Il mondo era lo stesso, ma al contempo non pi, perch il significato in esso latente si era spostato e continuava a spostarsi avvicinandosi sempre di pi a qualcosa che ne era privo.
Strizzai lo straccio e, dopo averlo appoggiato sul bordo del secchio, esaminai il risultato del mio lavoro. La lucentezza della lacca era riemersa anche se qua e l c'erano ancora delle chiazze scure di sporco, che sembravano aver corroso il legno. Avevo pulito forse un terzo della ringhiera che saliva al primo piano. Poi c'era ancora quella che arrivava al secondo.
Sentii i passi di Yngve nell'ingresso.
Comparve con in mano un secchio e un rotolo di sacchi della spazzatura sotto il braccio.
Qui sotto hai finito? mi disse guardandomi.
No, sei matto. Ho pulito solo i bagni e la lavanderia. Pensavo di aspettare a fare le altre stanze".
Comincio ora con la camera di pap. A quanto pare  quella che d pi lavoro".
La cucina  finita?
Praticamente s. Devo buttare e riordinare delle cose che ci sono negli armadietti. Per il resto  a posto".
Okay. Io adesso faccio una pausa. Pensavo di mangiare qualcosa. La nonna  in cucina?
Annu prima di proseguire. Sfregai le mani, rese morbide e rugose dall'umidit, sui pantaloncini, lanciai un ultimo sguardo in direzione della ringhiera e salii in cucina.
La nonna era appollaiata sulla sedia. Non alz neppure gli occhi quando entrai. Mi ricordai della pastiglia. L'aveva presa da sola? Sicuramente no.
Aprii l'armadietto e tirai fuori il medicinale.
L'hai presa oggi? le chiesi mostrandole la scatola.
Cos'? La medicina?
S, quella che hai preso ieri".
No, non l'ho presa".
Afferrai un bicchiere dall'armadietto, lo riempii d'acqua e glielo porsi insieme alla pasticca. Se la mise sulla lingua e la mand gi con un sorso d'acqua. Non sembrava che avesse intenzione di aggiungere altro, cos per non rimanere imprigionato dall'obbligo di dover parlare agguantai un paio di mele invece delle fette di pane imburrate a cui avevo pensato e uscii, presi anche un bicchiere d'acqua e una tazza di caff. La giornata era mite e grigia come quella del giorno prima. Dal mare soffiava una leggera brezza, alcuni gabbiani strepitavano nell'aria sopra il bacino del porto, nelle vicinanze risuonavano i colpi di qualcosa di metallico. Gi in citt si sentiva il ronzio uniforme del traffico. Sopra i tetti delle case a un paio di isolati dal molo svettava una gru alta e sottile. Era gialla e in cima c'era una cabina bianca o come diavolo si chiama il posto dove siede il gruista. Era strano che non l'avessi notata prima. Erano poche le cose che trovavo pi belle delle gru, con quella loro struttura scheletrica, i cavi d'acciaio che correvano sopra e sotto il braccio sporgente, il gancio enorme, il modo in cui gli oggetti pesanti oscillavano lentamente quando venivano sollevati e trasportati in aria, il cielo su cui si stagliava sempre quella struttura meccanica provvisoria.
Avevo appena finito di mangiare una mela, con tanto di torsolo, picciolo e tutto quanto e stavo per passare alla seconda quando Yngve spunt in giardino. Aveva in mano una busta spessa.
Guarda cosa ho trovato, mi disse porgendomela.
L'aprii e guardai dentro. Era piena di banconote da mille corone.
Sono circa duecentomila, disse.
Accidenti! E dov'era?
Sotto il letto. Devono essere i soldi che ha avuto per la casa in Elvegaten".
Cazzo, esclamai. Quindi questo  tutto quello che  rimasto?
Probabilmente. Non si  neanche preso la briga di metterli in banca, li teneva sotto il letto. E poi se li  bevuti, letteralmente parlando. Un bigliettone dopo l'altro".
Me ne fotto dei soldi. Per che razza di vita che ha fatto qui dentro".
Puoi ben dirlo".
Yngve si sedette. Poggiai la busta sul tavolo.
Che cosa ne facciamo? disse.
Non ne ho idea. Li dividiamo, no?
Pensavo pi alle tasse sull'eredit e cose simili".
Mi strinsi nelle spalle.
Chiediamo a qualcuno, suggerii. Jon Olav per esempio. In fondo  avvocato".
Il suono del motore di una macchina riecheggi nella stradina sottostante. Anche se non riuscivo a vederla, capii che stava venendo da noi dal modo in cui si ferm, fece retromarcia e prosegu.
Chi pu essere? dissi.
Yngve si alz, prese la busta.
Chi la tiene? chiese.
Tienila tu, risposi.
Perlomeno il problema delle spese per il funerale adesso  risolto, comment passandomi davanti. Lo seguii dentro casa. Gi nell'ingresso si sentirono delle voci. Erano Gunnar e Tove. Eravamo in piedi tra la porta del corridoio e quella della cucina quando salirono, ci sentivamo un po' a disagio nei nostri corpi, come se fossimo ancora bambini. Yngve con la busta in una mano.
Tove era sempre abbronzata e in forma come Gunnar.
Ciao! esord sorridendo.
Ciao, risposi. Ne  passato di tempo dall'ultima volta che ci siamo visti".
S.  un peccato che dobbiamo rivederci in circostanze simili, aggiunse.
S, confermai.
Quanti anni potevano avere in realt? Quaranta suonati, quasi cinquanta?
La nonna si alz in cucina.
Siete voi? disse.
Siediti pure, mamma, intervenne Gunnar. Avevamo solo pensato di dare una mano a Yngve e Karl Ove a mettere a posto qui dentro".
Ci fece l'occhiolino.
Ma neanche una tazza di caff? insistette la nonna.
Per noi niente caff, rispose Gunnar. Ce ne andiamo via subito. Abbiamo lasciato i ragazzi da soli nell'altra casa".
S, certo, disse la nonna.
Gunnar fece qualche passo nella cucina.
Avete fatto proprio un bel lavoro, comment. Incredibile".
Pensavamo di fare qui il ritrovo dopo il funerale, dissi.
Mi guard.
Ma non  possibile, replic.
S, invece, ripresi. Abbiamo cinque giorni. Ce la faremo".
Gunnar distolse lo sguardo. Forse per le lacrime che mi inondarono gli occhi.
In fondo spetta a voi decidere, disse. Quindi se ritenete che la cosa sia fattibile, va bene. Ma allora dobbiamo metterci subito all'opera".
Si gir e and in soggiorno. Lo seguii.
Dobbiamo buttare via tutta la roba rotta. Non ha senso tenerla. I divani, in che stato sono?
Uno  okay, dissi. Lo possiamo lavare. L'altro credo...
Allora portiamolo via".
Si piazz davanti al grosso sof nero di pelle a tre posti. Io andai all'altra estremit, mi chinai e lo afferrai da sotto.
Lo facciamo passare dalla porta della veranda e poi da l lo portiamo fuori, disse Gunnar. Ci puoi aprire la porta, Tove?
Mentre lo stavamo trasportando attraverso il soggiorno, la nonna era sulla porta della cucina.
Che cosa state facendo con il divano? domand.
Lo buttiamo, rispose Gunnar.
Siete pazzi? esclam. Perch volete buttarlo via? Non potete buttar via il mio divano!
 rovinato, spieg Gunnar.
La cosa non vi riguarda, replic la nonna. Quello  il mio divano".
Mi fermai. Gunnar mi guard.
Dobbiamo farlo. Capisci? le disse. Forza, Karl Ove, portiamolo fuori".
La nonna fece qualche passo verso di noi.
Non potete! Questa  casa mia!
S che possiamo, replic Gunnar.
Eravamo arrivati a quella piccola scala che portava all'altro soggiorno. Feci qualche passo di lato senza guardare la nonna che si era messa accanto al pianoforte. Sentivo bruciare dentro di me la sua volont. Gunnar non ci bad. O s? Anche lui ci stava combattendo? Lei era sua madre.
Fece i due scalini camminando a ritroso prima di spostarsi lentamente nella stanza.
Non potete! ripet la nonna. Nel giro di pochi minuti era cambiata completamente. I suoi occhi mandavano scintille. Il suo corpo, che prima era stato cos passivo e chiuso in se stesso, adesso reagiva rivolto all'esterno. Sibilava con le mani sui fianchi.
Ohhhh!
Poi si gir.
No, non voglio guardare, disse prima di sparire in cucina.
Gunnar mi sorrise. Feci i due scalini e quando toccai il pavimento con entrambi i piedi, mi spostai di qualche passo lateralmente per posizionarmi in direzione della porta. Da l entr una folata di vento, la avvertii sulla pelle nuda delle gambe, delle braccia e del viso. Le tende svolazzavano.
Ce la facciamo? chiese Gunnar.
Penso di s, risposi.
Appoggiammo il divano sulla veranda e ci riposammo per qualche secondo prima di trasportarlo per l'ultimo tratto, gi per le scale, attraverso il giardino, fino al carrello davanti alla porta del garage. Dopo aver finito e aver piazzato il divano con un'estremit che spuntava forse di un metro dal bordo, Gunnar and a prendere una corda nel bagagliaio con cui si mise a legarlo. Non sapevo esattamente cosa fare, rimasi l a guardarlo nel caso avesse avuto bisogno di aiuto.
Non preoccuparti per la nonna, mi disse mentre lavorava. Adesso non  in s e non sa che cosa  meglio per lei".
No".
Sicuramente hai la situazione pi sotto controllo di me. Cosa c' ancora da buttare?
Un po' di roba in camera di pap. E in quella della nonna. Ma niente di grosso. Non come il divano".
Il materasso di mia madre, forse?
S, risposi. E quello di pap. Ma se buttiamo quello della nonna, dobbiamo procurarne un altro".
Si pu sempre prendere uno di quelli che c' nella loro vecchia camera da letto".
Possiamo fare cos".
Se lei si mette a protestare quando siete qui da soli, non fateci caso. Fate quello che dovete fare.  per il suo bene".
S".
Con la corda avanzata fece una specie di fiocco che fiss al carrello.
Dovrebbe bastare, disse raddrizzandosi. Mi guard.
A proposito, avete dato un'occhiata nel garage?
No".
L dentro teneva tutte le sue cose. Tutta la roba del trasloco. Quella ve la dovete portare via, ma prima dateci un'occhiata. Sicuramente si pu gi buttare via parecchio".
Lo faremo".
Nel carrello non c' posto per molto altro, ma ci mettiamo tutto quello che possiamo e andiamo alla discarica. Nel frattempo voi portate fuori il resto, cos noi facciamo un altro giro. Poi credo che possa bastare. Se ci fosse altro, passo in settimana, eventualmente".
Grazie, dissi.
Per voi tutto questo non deve essere facile. Lo capisco".
Quando incrociai il suo sguardo, mi fiss per un paio di secondi prima di distoglierlo. Su quel viso abbronzato gli occhi sembravano quasi nitidi e azzurri come quelli di pap.
Erano tante le cose che lui non voleva. Tutto quello che traboccava da me, per esempio.
Mi pos una mano sulla spalla.
Qualcosa mi esplose dentro. Singhiozzai.
Siete dei bravi ragazzi, disse.
Dovetti girarmi dall'altra parte. Mi chinai in avanti, nascosi il viso tra le mani. Il mio corpo tremava. Poi mi pass, mi raddrizzai, inspirai profondamente.
Conosci qualche posto dove noleggiano macchinari? Sai, levigatrici per pavimenti, tosaerba di grandi dimensioni, cose cos?
Avete intenzione di levigare il pavimento?
No, no, era solo un esempio. Ma pensavo di tagliare l'erba. E con un tosaerba normale non  possibile".
Non  un po' ambizioso? Non  meglio concentrarsi sull'interno della casa?
S, forse. Ma se dovesse avanzarci del tempo".
Chin leggermente la testa in avanti e si gratt tra i capelli con un dito.
C' una ditta che si occupa di noleggio a Grim. Dovrebbero avere cose di questo genere. Comunque guardate sulle pagine gialle".
Il basamento bianco della casa di fronte cominci a brillare. Tra la coltre di nubi si era aperto uno squarcio attraverso il quale splendeva il sole. Gunnar sal le scale ed entr in casa. Lo seguii. Nell'ingresso davanti alla camera di pap c'erano due sacchi della spazzatura pieni di vestiti e ciarpame. Accanto c'era la sedia tutta lorda. Da dentro la stanza Yngve ci guard. Indossava i guanti gialli.
Il materasso sarebbe da buttare, disse. C' posto?
Non adesso, rispose Gunnar. Lo carichiamo al prossimo giro".
A proposito, sotto il letto abbiamo trovato questa, aggiunse Yngve prendendo la busta che aveva appoggiato sulla consolle attaccata alla parete e porgendola a Gunnar.
Gunnar l'apr e guard dentro.
Quanti sono? chiese.
Circa duecentomila corone, disse Yngve.
Be', adesso sono vostri, ma per carit ricordatevi di vostra sorella quando li dividerete, afferm.
Certamente, rispose Yngve.
Ci aveva pensato?
Io no.
E poi deciderete voi se li volete dichiarare o no, concluse Gunnar.
Tove rimase a pulire quando un quarto d'ora dopo Gunnar si allontan con il carrello pieno. Tutte le porte e le finestre della casa erano aperte e questo, che all'interno l'aria fosse in movimento, la luce del sole ricadesse sui pavimenti e l'odore di detersivi che era dominante almeno al primo piano, fece s che in un certo senso la casa si aprisse e si trasformasse in un luogo attraverso cui penetrava il mondo, cosa che avvertii anche nel profondo della mia oscurit emotiva e che mi piacque. Io continuai con le scale, Yngve con la camera di pap mentre Tove si occupava del soggiorno al piano di sopra, quello dove lui era stato trovato. I davanzali delle finestre, i listelli e i battiscopa delle pareti, le porte, le mensole. Dopo un po' andai su in cucina per cambiare l'acqua. La nonna alz la testa mentre buttavo quella sporca, ma il suo sguardo era vuoto e disinteressato, e lo riabbass quasi subito sul tavolo. L'acqua roteava lentamente dentro il lavello mentre diminuiva sempre pi, grigiastra e opaca, fino a quando gli ultimi resti bianchi di schiuma sparirono lasciandosi dietro uno strato di sabbia, capelli e granelli di polvere di ogni tipo sul metallo lucente. Aprii il rubinetto e lasciai scorrere per un po' il getto dell'acqua sui bordi del secchio finch tutto lo sporco era scomparso e io potei riempirlo con acqua pulita, calda e fumante. Quando subito dopo entrai nel soggiorno, Tove si volt verso di me con un sorriso:
S, adesso  tutta un'altra cosa! esclam.
Mi fermai.
Almeno stiamo facendo progressi, commentai.
Appoggi lo straccio sulla mensola prima di passarsi velocemente una mano tra i capelli.
Non  mai stata una patita della pulizia, disse.
La casa sembrava tenuta abbastanza bene, no? esclamai.
Fece una risatina scuotendo la testa.
Oh, no. Forse sembrava cos, invece no... Da quando frequento questa casa,  sempre stata sporca. Be', non dappertutto, ma negli angoli. Sotto i mobili. Sotto i tappeti. Insomma, dove non si vede".
Davvero?
S. Sotto questo punto di vista non  mai stata una casalinga modello".
Forse no, dissi.
Comunque si sarebbe meritata qualcosa di meglio. Pensavamo che avrebbe potuto trascorrere degli anni sereni dopo la morte del nonno. Le avevamo anche procurato qualcuno che venisse ad aiutarla con i lavori domestici, sai. Si prendevano cura di tutta la casa per lei".
Annuii.
L'ho saputo, dissi.
Era un aiuto anche per noi. Prima eravamo sempre noi che davamo loro una mano. In tutto. Erano invecchiati gi da tempo. E con tuo padre in quelle condizioni, Erling a Trondheim, ogni cosa ricadeva sulle nostre spalle".
Lo so, commentai allargando un poco le braccia mentre aggrottavo le sopracciglia in un gesto che voleva dimostrare che simpatizzavo con lei, ma che personalmente non avevo potuto farci niente.
Ora dovr andare in una casa di riposo dove si occuperanno di lei.  terribile vederla ridotta in questo stato".
S".
Sorrise di nuovo.
Come sta Sissel?
Bene, risposi. Abita a Jlster, e credo che le piaccia. Lavora alla scuola per infermieri di Frde".
Salutamela tanto quando la senti, esclam Tove.
Lo far, dissi ricambiando il sorriso. Tove riprese in mano il panno e io scesi gi per le scale e quando fui arrivato pressappoco a met, posai il secchio, strizzai lo straccio e spruzzai una striscia di Jif sulla ringhiera.
Karl Ove? disse Yngve.
S?
Vieni un po' qua".
Era davanti allo specchio dell'ingresso. Sulla stufa a olio accanto a lui c'era un'enorme pila di carte. I suoi occhi erano lucidi.
Guarda qui, disse porgendomi una busta. Era indirizzata a Ylva Knausgrd, Stavanger. Dentro c'era un foglio su cui c'era scritto Cara Ylva!, ma che per il resto era vuoto.
Le ha scritto? Da qui? esclamai.
Evidentemente, rispose Yngve. Deve essere stato in occasione del suo compleanno o qualcosa di simile. E poi ci ha rinunciato. Non aveva l'indirizzo, vedi".
Credevo che non sapesse neanche della sua esistenza".
Invece s. Deve aver addirittura pensato a lei".
In fondo  la sua prima nipote".
S. Ma stiamo parlando di pap. Non  detto che questo dovesse significare qualcosa".
Cazzo. Che tristezza".
Ho trovato anche un'altra cosa, continu. Guarda qua".
Questa volta mi porse una lettera scritta a macchina che dall'aspetto sembrava ufficiale. Veniva dalla Cassa dello stato per il prestito allo studio. Era una comunicazione in cui si dichiarava che il suo prestito era stato estinto.
Guarda la data, disse Yngve.
Lessi 29 giugno.
Due settimane prima di morire, commentai mentre guardavo Yngve negli occhi. Cominciammo a ridere.
Ahahah, rise.
Ahahah, risi. A che prezzo si paga la libert. Ahahah!
Ahahah!
Quando Tove e Gunnar se ne andarono un'ora dopo, l'atmosfera della casa mut nuovamente. Con solo noi due e la nonna fu come se le stanze si richiudessero su quanto era successo, come se noi fossimo troppo deboli per aprirle. O forse era perch eravamo troppo vicini a ci che era accaduto e quindi maggiormente coinvolti rispetto a Gunnar e Tove. Fatto sta che la corrente di vita e movimento si acquiet e ogni oggetto, che fosse il televisore o le poltrone, il divano, la porta scorrevole tra i due soggiorni, il pianoforte nero e i due dipinti barocchi che c'erano appesi sopra, rivendic la propria natura, pesante e irremovibile, carica di passato. Fuori il cielo si era rannuvolato. Lo strato biancastro di nubi smorzava tutti i colori del paesaggio. Yngve passava in rassegna le carte, io lavavo la scala, la nonna era in cucina sprofondata nella sua oscurit. Verso le quattro Yngve and a comprare l'occorrente per la cena mentre io, che percepivo tutta la casa intorno a me, speravo di tutto cuore che alla nonna non venisse in mente di fare uno dei suoi soliti giri e piombasse da me perch avvertivo che la mia anima, o qualunque cosa sia quella su cui gli altri lasciano tanto facilmente la loro impronta dentro di me, era cos fragile e sensibile che non sarei riuscito a sopportare la tensione e il peso che avrebbero comportato per me la sua presenza, ora che lei era quasi lacerata dall'ombrosit e dal dolore. Ma la mia fu una vana speranza perch dopo un po' sentii il rumore delle gambe del tavolo che raschiavano il pavimento di sopra, seguito da quello dei suoi passi, prima in soggiorno e poi lungo la tromba delle scale.
Si teneva saldamente alla ringhiera, come se si trovasse davanti all'orlo di un baratro.
Ma sei qui, disse.
S, ma ho quasi finito".
E Yngve dov'?
 andato a fare la spesa".
Ah gi, s". Rimase a lungo a guardare la mia mano che con lo straccio stretto tra le dita scivolava su e gi lungo la ringhiera. Poi alz lo sguardo e scrut il mio viso. Incrociai il suo e sentii un brivido percorrermi la schiena. Sembrava che mi odiasse.
Sospir. Scost la ciocca che le ricadeva sempre su un occhio.
Sei tenace, disse. Accidenti se lo sei".
S. Ma  meglio far qualcosa visto che ormai siamo in ballo, no?
Dall'esterno giunse il rumore di una macchina.
Eccolo, esclamai.
Chi? Gunnar?
Yngve".
Ma non  qui?
Non risposi.
Ah gi. A quanto pare sto rimbambendo anch'io! comment.
Sorrisi. Lasciai cadere lo straccio nell'acqua che ormai era quasi torbida, afferrai il manico del secchio.
 ora di preparare qualcosa da mangiare, dissi.
In cucina svuotai l'acqua, strizzai lo straccio e lo appoggiai sul bordo del secchio mentre la nonna si sedeva al suo posto. Quando tolsi il posacenere dal tavolo, lei scost la parte inferiore della tendina e guard fuori. Sciacquai il posacenere, tornai indietro e presi le tazze, le misi nel lavello, inzuppai lo straccio da cucina, spruzzai un po' di spray sul tavolo ed ero indaffarato a pulirlo quando Yngve entr con due sacchetti, uno in ogni mano. Li pos e cominci a togliere la spesa. Prima quello che avremmo mangiato per cena, che appoggi sul ripiano della cucina, quattro tranci di salmone impacchettati sottovuoto, un sacchetto di patate scure di terra, un cavolfiore e una confezione di fagiolini verdi surgelati, poi tutti gli altri acquisti, che mise in parte nel frigorifero in parte nella credenza. Una bottiglia da un litro e mezzo di Sprite, una da un litro e mezzo di birra CB, un sacchetto di arance, un cartone di latte, uno di succo d'arancia, un filone di pane. Io accesi i fornelli e presi una padella dal mobiletto che si trovava sotto il ripiano della cucina, tirai fuori la margarina dal frigo, ne tagliai un pezzo e lo misi nella padella, riempii d'acqua una pentola e la appoggiai sulla piastra posteriore, aprii il sacchetto di plastica trasparente annodato che conteneva le patate e le feci cadere nel lavello, aprii il rubinetto e le lavai mentre la noce di burro si scioglieva veleggiando lentamente sul fondo nero della padella. Di nuovo fui colpito da quanto fosse pura e quindi corroborante la presenza di quei prodotti, i loro colori nitidi, come la plastica verde e bianca in cui c'erano i fagiolini, con la sua scritta e il logo rossi, o il sacchetto di carta bianco che avvolgeva il pane, a parte sul fondo, dove la crosta scura, arrotondata, sembrava quasi fare capolino, simile a una specie di lumaca che spunta dalla sua conchiglia o, mi immaginavo, come un monaco dal suo saio. Le arance che parevano gonfiarsi e premere contro la plastica con il loro colore. Come, cos ammassate, dove la forma di ognuna ricordava quella di un piccolo globo nascosto tra gli altri, assomigliassero quasi al modello di una molecola che si trova in un libro di scuola. Come l'odore che diffondevano nell'aria non appena venivano sbucciate o tagliate mi ricordasse sempre pap. Di questo sapevano le stanze in cui era stato: fumo di sigaretta e arance. Se entrando nel mio ufficio avvertivo quell'odore, venivo sempre pervaso da sensazioni buone.
Ma perch? In cosa consisteva il buono?
Yngve appallottol i due sacchetti della spesa prima di infilarli nell'ultimo cassetto. Il burro sfrigolava appena nella padella. Il getto dell'acqua venne interrotto dalle patate che avevo messo sotto il rubinetto e l'acqua che scorreva lungo i bordi del lavello non aveva abbastanza forza da togliere tutta la terra che quindi si deposit come uno strato di fanghiglia intorno ai forellini presenti sul fondo fino a quando le patate non furono pulite e io le tolsi dal getto d'acqua, che nell'arco di un breve attimo spazz via tutto, cos che il metallo torn a brillare nitido e pulito.
S, s, disse la nonna dal tavolo.
L'incavo profondo delle orbite, il buio nei suoi occhi altrimenti chiari, le ossa visibili ovunque sul suo corpo.
In piedi in mezzo alla stanza Yngve stava bevendo della coca-cola da un bicchiere.
Posso darti una mano a fare qualcosa? mi chiese.
Lo pos sul ripiano della cucina prima di ruttare leggermente.
No, non ce n' bisogno, risposi.
Allora vado fuori un attimo".
Vai pure".
Immersi le patate nell'acqua che il calore aveva gi messo in movimento: piccoli cerchi salivano in superficie. Trovai il sale che era sulla cappa della ventola, dentro quella piccola nave vichinga d'argento dove il remo fungeva da cucchiaio, ne gettai un po' nell'acqua, tagliai il cavolfiore e, riempita d'acqua un'altra pentola, ce lo misi, poi aprii con un coltello il pacchetto con il salmone, presi i quattro tranci che salai e appoggiai su un piatto.
C' pesce per cena, dissi. Salmone".
Oh, s, esclam la nonna. Sar sicuramente buono".
Aveva bisogno di farsi il bagno e lavarsi i capelli. Mettersi degli altri vestiti puliti. Era come se io non vedessi l'ora che succedesse. Ma chi poteva occuparsene? Non sembrava che lei lo facesse di sua iniziativa. Non potevamo neanche chiederle di farlo, non era possibile. E se poi non voleva? Del resto non potevamo mica costringerla.
Bisognava chiedere a Tove. Almeno non sarebbe stato cos umiliante se lo avesse fatto una persona del suo stesso sesso. E che era di una generazione pi vicina.
Misi i tranci in padella e accesi la ventola. Nel giro di qualche secondo i lati inferiori si schiarirono passando da un rosa marcato, quasi rossastro, a uno pi bianco e vidi come quella nuova tinta salisse lentamente colorando la carne. Abbassai la temperatura delle patate che stavano bollendo troppo.
Ohh, disse la nonna dal suo posto.
La guardai. Era seduta esattamente come prima e non doveva essersi resa conto di aver lasciato andare un gemito.
Lui era stato il suo primogenito.
Non era previsto che i figli morissero prima dei propri genitori. Non era quella l'intenzione. Non era quello il senso.
E per me, chi era stato per me pap?
Uno che desideravo morto.
Allora perch tutte quelle lacrime?
Tagliai la busta con i fagiolini. Erano ricoperti da un sottile strato di brina lanuginosa e sembravano quasi grigi. Adesso stava bollendo anche il cavolfiore. Abbassai la temperatura della piastra e guardai l'orologio appeso alla parete. Le quattro e quarantadue. Ancora quattro minuti e il cavolfiore era pronto. O sei. Forse altri quindici minuti per le patate. Avrei dovuto tagliarle in due. D'altronde non dovevamo mica fare un banchetto.
La nonna mi guard.
Vi capita di bere birra mentre mangiate? chiese. Ho visto che Yngve ne ha comprata una bottiglia".
L'aveva vista?
Scossi la testa.
A volte, risposi. Ma succede raramente. Molto raramente, in effetti".
Girai i tranci. Sulla carne chiara si vedeva qua e l qualche chiazza marrone scuro. Ma non erano bruciati.
Misi i fagiolini nella pentola, salai l'acqua e versai quella in eccesso. La nonna si chin per guardare fuori dalla finestra. Tolsi la padella dal fuoco spostandola leggermente di lato, abbassai la temperatura della piastra e raggiunsi Yngve sulla veranda.
 quasi pronto, gli dissi. Cinque minuti".
Bene".
La birra che hai comprato, pensavi di berla a tavola?
Fece cenno di s con la testa mentre mi sfior con un'occhiata.
Perch?
 la nonna, spiegai. Mi ha chiesto se avevamo l'abitudine di bere birra durante i pasti. Pensavo solo che forse non  necessario farlo quando c' lei. Si  bevuto cos tanto in questa casa. Non ha certo bisogno di rivederlo. Anche se si tratta di un bicchiere a cena. Capisci cosa intendo dire?
Certo, ma tu esageri".
Probabilmente, s. Non si tratta mica di un grosso sacrificio".
No, no".
Allora siamo d'accordo?
S!
L'irritazione che trapelava dalla sua voce era palese. Non volevo allontanarmi lasciandola l sospesa in aria. Allo stesso tempo non avevo niente da dire che potesse servire a placare la situazione, quindi dopo qualche secondo di indecisione, con le braccia che pendevano impotenti lungo i fianchi e un nodo alla gola, tornai in cucina, apparecchiai la tavola, svuotai l'acqua dalla pentola delle patate e lasciai che si asciugassero evaporando, sollevai i tranci di salmone con una schiumaiola da pesce e li disposi su un piatto da portata, tagliai il cavolfiore e lo misi insieme ai fagiolini verdi su un vassoio, infine, dopo aver preso una ciotola che utilizzai per le patate, portai tutto in tavola. Rosso chiaro, verde chiaro, bianco, verde scuro, marrone dorato. Riempii d'acqua una caraffa e la misi insieme a tre bicchieri sul tavolo proprio nel momento in cui Yngve rientrava dalla veranda.
Sembra proprio buono, disse sedendosi. Ma forse i coltelli e le forchette potrebbero tornarci utili?
Andai a prenderli nel cassetto, porsi a ciascuno i rispettivi, mi accomodai e cominciai a pelare una patata. La buccia calda bruciava sulla punta dei polpastrelli.
Le peli? comment Yngve. Ma queste sono patate novelle".
Hai ragione, dissi. Ne infilzai un'altra con la forchetta e l'appoggiai sul piatto. Si sfald quando ci premetti il coltello sopra. Yngve si port un pezzo di salmone alla bocca. La nonna divise il suo trancio in piccoli bocconi. Mi alzai per andare a prendere la margarina e ne misi una noce sulle patate. Per via di una vecchia abitudine respirai con la bocca quando masticai il primo pezzo di trancio. Pareva che Yngve avesse sviluppato un rapporto pi normale e adulto con il pesce. Adesso mangiava persino lo stoccafisso ammollato nella soda, quello che un tempo era il peggio del peggio. Con il bacon e tutti gli altri contorni in effetti  molto buono lo sentii dire con il mio orecchio interiore mentre sedeva accanto a me masticando in silenzio. Le cene con gli amici a base di quel piatto erano un mondo da cui ero completamente escluso, non perch non sarei riuscito a mangiarlo, ma perch non venivo invitato a quel genere di ritrovi. Non avevo idea del perch. E adesso non me ne importava pi nulla, ma un tempo s, un tempo restavo escluso e ne soffrivo. Adesso restavo soltanto escluso.
Gunnar ha detto che c' una ditta a Grim che noleggia macchinari, esordii. Ci andiamo domani dopo l'impresa di pompe funebri? Sarebbe bello farlo prima che tu vada via. Mentre abbiamo la macchina, intendevo dire".
Per me va bene, rispose.
Adesso stava mangiando anche la nonna. Aveva assunto un'aria spigolosa, tagliente, ricordava un roditore. Ogni volta che si muoveva, mi arrivavano zaffate di piscia. Oh, dovevamo assolutamente fare in modo che entrasse nella vasca da bagno. Farle indossare indumenti puliti. Far s che mangiasse. Tanto. Zuppa d'avena, latte, burro.
Sollevai il bicchiere alle labbra e bevvi. L'acqua, cos fresca in bocca, sapeva leggermente di metallo. Le posate di Yngve tintinnavano sul piatto. Una vespa o un calabrone ronzava da qualche parte in sala da pranzo, dietro la porta accostata. La nonna sospir. Al contempo si dimen sulla sedia come se il pensiero che aveva pensato, non solo le avesse attraversato la coscienza, ma le fosse sceso lungo il corpo.
In questa casa si era mangiato pesce persino la sera della vigilia di Natale. Quando ero piccolo, mi sembrava una mostruosit! Pesce la vigilia di Natale! Ma Kristiansand era una citt costiera, la tradizione era antica e i merluzzi che venivano esposti al mercato coperto del pesce prima di Natale erano selezionati con cura. Una volta ci ero stato con la nonna, ricordo l'atmosfera che ci aveva accolto nella hall del mercato, buia dopo la luce pungente del sole riflessa all'esterno dalla neve, i grossi merluzzi che nuotavano tranquillamente immersi nei loro pensieri, la loro pelle marroncina che in alcuni punti era dorata, in altri verdastra, la bocca che si apriva e chiudeva cos lentamente, la barbetta sotto il mento bianco e molliccio, gli occhi gialli e fissi. Gli uomini che lavoravano l avevano grembiuli bianchi e stivali di gomma. Uno di loro tranci la testa di un merluzzo con un coltello grande, quasi quadrato. Poi, dopo averla buttata da una parte, gli aveva aperto la pancia. Le interiora gli spuntavano tra le dita. Erano bianche e acquose e vennero gettate in un grosso bidone della spazzatura che si trovava accanto a lui. Perch erano cos pallide? Un altro aveva appena incartato un pesce e ora batteva con un dito sul registratore di cassa. Batteva i tasti in modo del tutto diverso da quello usato negli altri negozi, ricordavo di aver notato, come se due mondi differenti, uno pi fine e uno pi rozzo, uno al chiuso e un altro all'aperto, in quel luogo, attraverso i movimenti delle dita decisi ma poco allenati del pescivendolo si congiungessero. L dentro si sentiva odore di sale. Sui banchi i pesci e i gamberi erano adagiati sul ghiaccio. La nonna, che portava un cappello di pelliccia e un cappotto lungo che le arrivava fino ai piedi, si mise in coda davanti a uno dei banchi mentre io andavo verso una cassa di legno piena di granchi vivi. Le parti superiori erano marrone scuro come le foglie marce, quelle inferiori giallognole come le ossa. Gli occhi neri, simili a capocchie di spillo, le antenne, le chele che sembravano frusciare tintinnando quando si arrampicavano l'uno sull'altro. I granchi erano come una specie di contenitori, pensai, contenitori con dentro della carne. Il fatto che venissero dalle profondit del mare e fossero stati sollevati e portati fino a l, come del resto tutti gli altri pesci vivi, aveva in s del magico e dell'avventuroso. Un uomo stava lavando il pavimento di cemento armato con la canna, l'acqua scorreva schiumando verso la grata di scarico. La nonna si sporse in avanti indicando un pesce completamente piatto, era verdognolo con dei puntini color ruggine e il commesso lo prese dal suo giaciglio ghiacciato e lo mise su una bilancia. Vide un foglio che us per incartarlo. Infil il pacchetto in un sacchetto di plastica, lo porse alla nonna, che a sua volta gli diede una banconota che aveva estratto dal suo piccolo portamonete. Ma tutta quella sensazione di fiabesco e avventuroso che aleggiava e avvolgeva i pesci svaniva quando finivano nel mio piatto, bianchi, tremolanti, salati e pieni di lische, cos come la stessa aura di magia aveva abbandonato anche quelli che io e pap pescavamo davanti all'isola di Tromya, o nello stretto vicino alla terraferma, con il devon, la lenza da traina o la canna, li aveva abbandonati quando erano pronti per essere mangiati e giacevano su uno dei nostri piatti marroni che avevamo nella casa di Tybakken negli anni settanta.
In che anni potevo essere andato con la nonna al mercato coperto del pesce?
Da bambino non ero stato molto spesso da loro nei giorni feriali. Quindi doveva essere successo durante la settimana delle vacanze invernali che io e Yngve avevamo trascorso l. Quando avevamo preso da soli l'autobus per Kristiansand. Allora voleva dire che quel giorno doveva esserci anche Yngve. Invece nei miei ricordi lui non era presente. E non potevano esserci neanche i granchi: le vacanze invernali erano solitamente in febbraio quando non era possibile comprarne di vivi. E se anche ci fossero stati, non li avrebbero sicuramente tenuti in una cassa di legno. Quindi quell'immagine che avevo di loro, cos nitida e dettagliata, da dove veniva in realt?
Ovunque. Se c'era qualcosa di cui era piena la mia infanzia, erano pesci, gamberi e astici. Tante volte avevo visto mio padre prendere gli avanzi freddi del pesce dal frigorifero e mangiarseli in piedi in cucina la sera, o la mattina durante i fine settimana. Comunque quelli che gli piacevano di pi erano i granchi: quando sul finire dell'estate arrivavano e cominciavano a rimpolparsi, aveva l'abitudine di andare al molo di Arendal dopo la scuola e comprarne alcuni, quando qualche rara volta non li pescava lui stesso, di sera e di notte, da uno degli isolotti rocciosi presenti lungo la costa o dagli scogli sulla parte dell'isola che guardava verso il mare aperto. Capitava che andassimo anche noi con lui, e una volta in particolare mi era rimasta impressa nella memoria una notte trascorsa presso il faro di Torungen sotto il cielo blu scuro di agosto quando i gabbiani ci aggredirono mentre scendevamo dalla barca per raggiungere l'isolotto, poi con due secchi pieni di granchi accendemmo il fal in un avvallamento. Le fiamme si tendevano verso il cielo. Il mare giaceva pesante intorno a noi. Il viso di pap era radioso.
Posai il bicchiere, tagliai un pezzo di pesce e lo infilzai con la forchetta. La carne grassa e grigiastra si disfaceva intorno ai tre rebbi, era cos morbida da schiacciarla con la lingua contro il palato.
Dopo cena continuammo a pulire. La scala era finita, cos ripresi da dove Tove aveva lasciato mentre Yngve cominci in sala da pranzo. Fuori pioveva. Un sottile strato di acquerugiola si pos sulle finestre, il muro della terrazza si scur leggermente mentre verso il mare aperto doveva cadere con maggiore intensit, le nuvole all'orizzonte erano striate di pioggia. Spolverai tutti i piccoli soprammobili, le lampade, le foto e i souvenir di cui erano piene le mensole, poi li posai a mano a mano sul pavimento per pulire anche i ripiani. Una lampada a olio che sembrava uscita da Le mille e una notte, a buon mercato e al contempo costosa, dagli ornamenti intricati e le decorazioni dorate; una gondola di Venezia che si illuminava come una lampada; una foto della nonna e del nonno davanti a una piramide in Egitto. Mentre stavo l a guardarla, sentii la nonna alzarsi in cucina. Pulii il vetro e la cornice e la posai, presi il piccolo contenitore con i vecchi quarantacinque giri. La nonna mi stava osservando con le mani dietro la schiena.
No, non  il caso che tu lo faccia. Non c' bisogno che tu pulisca in modo cos accurato, disse.
Faccio veloce, risposi. Ora che ho iniziato, tanto vale andare avanti".
S, s. Sta venendo bene".
Dopo che ebbi finito di spolverare il contenitore, lo misi per terra, appoggiai i dischi l accanto, aprii il mobile e tirai fuori il vecchio stereo che si trovava l dentro.
Non vi bevete mai un piccolo drink la sera, vero?
No, risposi. Non nei giorni feriali, comunque".
Me lo immaginavo".
In citt, sull'altra parte del fiume, le luci avevano cominciato a luccicare pi nitidamente. Che ore potevano essere? Le cinque e mezzo? Le sei?
Lavai le mensole e rimisi al suo posto lo stereo. La nonna, che aveva capito che l non c'era niente da guadagnare, si volt con un piccolo s, s e se ne and nell'altro soggiorno. Subito dopo sentii la sua voce, seguita da quella di Yngve. Quando mi recai in cucina per prendere lo spray per i vetri e un po' di carta da giornale, vidi attraverso la porta aperta che si era seduta al tavolo da pranzo per parlare con Yngve mentre lui stava lavorando.
Questo del bere le aveva lasciato davvero il segno, pensai, presi lo spray dall'armadietto, strappai qualche pagina dal giornale che si trovava sulla sedia sotto l'orologio da parete e tornai in soggiorno. In fondo non era poi cos strano. Lui aveva continuato metodicamente a bere fino a lasciarci la pelle, inutile girarci intorno, mentre lei aveva visto tutto. Ogni mattina presto, ogni tarda mattinata, ogni pomeriggio, ogni sera. Per quanto tempo? Due anni? Tre anni? Solo lui e lei. Madre e figlio.
Spruzzai un po' di detersivo sull'anta di vetro della libreria, accartocciai la carta del giornale e la sfregai alcune volte sul sapone liquido che gocciolava fino a quando il vetro non fu asciutto e lucente. Mi guardai in giro alla ricerca di altro vetro da pulire gi che ero in ballo, ma notai solo quello delle finestre, che avevo deciso di lasciare per dopo. Continuai invece con la libreria, rimisi a posto tutti i soprammobili, cominciando da quelli che erano nei mobiletti.
Adesso era l'aria che sovrastava il bacino del porto a essere striata di pioggia. Un attimo dopo cominci a picchiettare sulla finestra proprio davanti a me. Goccioloni pesanti che presto si misero a scivolare lungo il vetro creando sulla sua superficie forme tremolanti. La nonna pass dietro di me. Non mi voltai, ma i suoi movimenti riempirono comunque la mia coscienza quando si ferm, prese il telecomando, lo premette e and a sedersi in poltrona. Posai lo straccio della polvere e andai da Yngve.
 pieno di bottiglie anche qui, mi disse indicando con un cenno del capo il buffet che occupava in lunghezza tutta la parete. Ma il servizio e il resto sono in buono stato".
Ha chiesto anche a te se abbiamo l'abitudine di bere? Me lo avr domandato dieci volte da quando siamo arrivati. Minimo".
S, rispose. La questione  se non sia il caso che si beva un goccetto. Non ha certo bisogno del nostro permesso, ma  quello che ci sta chiedendo. Quindi... tu che ne pensi?
Cosa stai dicendo?
Non l'hai ancora capito? disse alzando nuovamente la testa. Sulle sue labbra c'era un lieve sorriso privo di gioia.
Capito, cosa?
Vuole qualcosa da bere.  disperata".
La nonna?
S, che ne dici, gliene diamo un po'?
Sei sicuro che le cose stiano cos? Io credevo che fosse il contrario".
Anch'io lo pensavo all'inizio. Ma in fondo  scontato se ci rifletti bene. Lui ha vissuto qui a lungo. In che altro modo la nonna avrebbe potuto resistere?
 un'alcolizzata?
Yngve si strinse nelle spalle.
Il punto  che lei adesso vuole qualcosa da bere. E che ha bisogno della nostra autorizzazione".
Cazzo. Che inferno  questo posto".
S. Ma tanto che differenza fa se ora si beve un goccetto? In fondo  come se fosse sotto choc".
Allora cosa facciamo?
Be', le domandiamo semplicemente se ha voglia di un drink. E ne beviamo uno con lei".
Okay. Ma non subito, vero?
Stasera, quando finiamo, glielo chiediamo. Come se non ci fosse niente di speciale".
Mezz'ora dopo avevo terminato con la libreria. Andai sulla veranda, dove aveva smesso di piovere e l'aria era piena di odori freschi che venivano dal giardino. Il tavolo era coperto da una pellicola d'acqua, il rivestimento delle sedie era scuro per via dell'umidit. Le bottiglie di plastica che giacevano sul pavimento lastricato erano piene di gocce sulla superficie esterna. I loro colli facevano venire in mente delle bocche, come se fossero stati tanti piccoli cannoni puntati in tutte le direzioni. Sul bordo inferiore della ringhiera di ferro battuto le gocce pendevano a grappoli. A intervalli irregolari qualcuna si staccava e cadeva sul muro sottostante con un'eco quasi impercettibile. Che pap fosse stato l tre giorni prima era una cosa difficile da credere. Che avesse visto lo stesso panorama tre giorni prima, che avesse girato per la stessa casa, che avesse visto la nonna come la vedevamo noi, che avesse elaborato i suoi pensieri, era una cosa difficile da comprendere. Cio, proprio quello, che lui fosse appena stato l, ero in grado di capirlo. Ma che lui non potesse vedere questo. La veranda, i sacchetti di plastica, le finestre illuminate dei vicini. La crosta gialla di vernice che si era staccata e adesso giaceva sul lastricato dipinto di rosso della veranda, accanto alla gamba arrugginita del tavolo. La grondaia, l'acqua che vi scorreva dentro e che andava a cadere nell'erba. Che lui non avrebbe mai pi potuto vedere nulla di tutto questo era una cosa che non riuscivo a comprendere per quanto mi sforzassi. Che lui non avrebbe pi visto me e Yngve, quello lo capivo, aveva a che fare con la vita affettiva e in essa la morte era intrecciata in maniera completamente diversa rispetto alla realt oggettiva, concreta, che mi circondava.
Nulla, solo il nulla. Neanche il buio.
Mi accesi una sigaretta, passai un paio di volte la mano sul sedile bagnato prima di sedermi. Mi erano rimaste soltanto due sigarette. Quindi dovevo scendere al chiosco prima che chiudesse.
Lungo la recinzione all'estremit del prato un gatto stava avanzando furtivamente. Era screziato di grigio e sembrava vecchio. Si ferm con la zampa sollevata, fiss per un po' l'erba e poi prosegu. Pensavo al nostro gatto, Nansen, su cui Tonje riversava il suo amore. Aveva solo pochi mesi e dormiva sotto lo stesso piumone che usava lei, con la testina che spuntava appena.
Non avevo pensato a Tonje neanche una volta nell'arco della giornata. Neppure una sola volta. Che cosa voleva dire? Non volevo chiamarla perch non avevo niente da dire, eppure dovevo farlo, per lei. Anche se io non avevo pensato a lei, lei aveva pensato a me, lo sapevo.
In aria, molto in alto sopra il porto, un gabbiano arriv veleggiando diretto verso l'interno. Stava facendo rotta verso la veranda e mi resi conto che stavo sorridendo, era quello della nonna che veniva a cercare qualcosa da mangiare. Ma con me l seduto non osava posarsi a terra cos atterr sul tetto, dove ritrasse subito la testa mentre emetteva le sue grida da gabbiano.
Perch non dargli un pezzetto di salmone?
Spensi la sigaretta sul pavimento e buttai il mozzicone in una delle bottiglie e, dopo essermi alzato, andai dalla nonna, seduta davanti alla televisione.
Il tuo gabbiano  ancora qui, esordii. Gli do un po' di salmone?
Cosa? disse voltando la testa verso di me.
Il tuo gabbiano  qui, ripetei. Gli do un po' di salmone?
Oh! Ma quello lo posso fare io".
Si alz e and con la schiena tutta curva in cucina. Afferrai il telecomando e azzerai il volume. Poi mi diressi in sala da pranzo, che era vuota, e mi sedetti davanti al telefono. Composi il numero di casa.
Pronto, Tonje".
Pronto, sono Karl Ove".
Oh, ciao...
Ciao".
Come stai?
Non molto bene, risposi.  pesante stare qui. Piango quasi sempre. Ma non so esattamente per che motivo. Perch pap  morto, ovvio. Per non  soltanto questo...
Avrei dovuto essere l con te. Mi manchi".
Questa  una casa di morte. Ce ne andiamo in giro qua dentro sguazzando in quella di mio padre.  deceduto nella poltrona proprio nella stanza qui accanto ed  ancora l. E poi aleggia tutto quello che  successo qua, intendo dire in passato, quando ero bambino, tutto questo  ancora presente in questa casa e lo si avverte. Capisci? Ci sono vicinissimo, in un certo senso. A ci che ero da bambino. A ci che mio padre era a quel tempo. Riemergono tutte le sensazioni e i sentimenti di allora".
Povero Karl Ove, disse.
Al di l della porta pass davanti a me la nonna con in mano un piatto con un pezzo di salmone. Non mi vide. Rimasi in silenzio fino a quando non ebbe raggiunto l'altro soggiorno.
No, non c' da dispiacersi per me. Ma per lui. L'ultima parte della sua vita  stata davvero terribile, faresti fatica a crederlo".
E tua nonna come la prende?
Non lo so con esattezza.  come se fosse sotto choc. Sembra quasi affetta da un inizio di demenza senile. E poi  cos magra. Non facevano altro che bere. Lei e lui".
Anche lei? Tua nonna?
S. Da non crederci. Ma abbiamo deciso di rimettere a posto tutto e fare il funerale qui".
Attraverso il vetro della porta della veranda vidi la nonna che posava il piatto per terra.
Sembra una buona idea, disse Tonje.
Non so. Ma il bello viene adesso. Pulire tutta questa casa di merda e poi addobbarla. Comprare tovaglie e fiori e...
La testa di Yngve spunt dalla porta. Quando vide che ero al telefono, inarc leggermente le sopracciglia e si ritir proprio mentre la nonna rientrava dalla veranda. Lei si piazz davanti alla finestra a guardare fuori.
Pensavo di venire un giorno prima, disse Tonje. Cos posso darvi una mano anch'io".
Il funerale  venerd. Ti prendi un paio di giorni di ferie?
S, arrivo in mattinata. Mi manchi cos tanto".
E oggi che cosa hai fatto?
No, niente di speciale. Sono stata dalla mamma e Hans e ho cenato da loro. Ti salutano e ti pensano".
S, sono proprio belle persone. Cosa avete mangiato?
La madre di Tonje era una cuoca fantastica: mangiare da lei era un'esperienza unica se a uno interessava il cibo. A me no, me ne sbattevo alla grande, potevo mangiare indifferentemente bastoncini di pesce come halibut al forno, hot dog come filetto alla Wellington, invece Tonje s, le brillavano gli occhi quando cominciava a parlare di cibo e poi aveva talento, le piaceva stare ai fornelli: anche se faceva solo la pizza, ci metteva tutta se stessa. Era la persona pi fisica e legata ai sensi che avessi mai conosciuto. Il bello era che si era messa insieme a uno che considerava i pasti, l'intimit e la vicinanza come dei mali necessari.
Sogliola. Quindi  stato un bene che tu non ci fossi".
Sentii che stava sorridendo.
Comunque, oh, era squisita".
Non ne dubito, commentai. C'erano anche Kjetil e Karin?
S. E Atle".
Erano successe molte cose in quella famiglia, come accade del resto in tutte, ma non ne parlavano mai, quindi se ci si manifestava in qualche modo, era in ognuno di loro o nell'atmosfera che creavano insieme. Una delle cose che Tonje apprezzava di pi in me, intuivo, era il fatto che fossi molto interessato proprio a questo, ai nessi e alle possibilit all'interno delle diverse relazioni, cosa a cui non era abituata, non rifletteva mai in quel senso, cos quando le permettevo di vedere quello che vedevo io, mostrava sempre un grande interesse. Questo lo avevo preso da mia madre, fin dai tempi delle scuole medie facevo con lei lunghe conversazioni sulle persone che avevamo incontrato o conoscevamo, quello che avevano detto, perch potevano averlo detto, da dove venivano, chi erano i loro genitori, in che tipo di casa vivevano, il tutto intrecciato a domande che avevano a che fare con la politica, l'etica, la morale, la psicologia e la filosofia, e questa conversazione che era ancora in atto aveva dato una direzione al mio sguardo, che era rivolto verso ci che si creava tra le persone che vedevo sempre ed era ci che io cercavo di spiegare, a lungo avevo anche creduto di essere bravo a vedere gli altri, ma non lo ero, vedevo soltanto me stesso ovunque mi voltassi, ma forse non era neppure quello ci su cui vertevano in primis le nostre conversazioni, era qualcosa di diverso, riguardavano la mamma e me, era l, nel linguaggio e nella riflessione, che ci avvicinavamo l'uno all'altra, era l che eravamo uniti ed era sempre l che io cercavo un legame con Tonje. Ed era un bene, perch lei aveva bisogno di questo come io avevo bisogno del suo robusto attaccamento ai sensi, della sua sensualit.
Sento la tua mancanza, dissi. Ma sono contento che non sei qui".
Devi promettermi di non escludermi da quello che ti sta succedendo adesso".
Non lo far".
Ti amo".
Anch'io ti amo".
Come sempre dopo che l'avevo detto, mi chiesi se fosse realmente vero. Poi quella sensazione scivol via. Certo che era cos, certo che l'amavo.
Mi telefoni domani?
Naturalmente. Ciao".
Ciao. E salutami Yngve".
Riagganciai e andai in cucina, dove Yngve era curvo sul ripiano.
Era Tonje. Ti saluta".
Grazie, rispose. Salutala anche da parte mia".
Mi sedetti sul bordo della sedia.
Ci diamo un taglio per stasera?
S, io almeno non ho n la voglia n la forza di fare altro".
Faccio prima un salto al chiosco e poi possiamo... s, lo sai. Hai bisogno di qualcosa?
Puoi comprarmi il tabacco? E magari delle patatine o roba simile?
Annuii e mi alzai, scesi le scale, mi infilai la giacca che avevo appeso nel guardaroba e mi guardai allo specchio prima di uscire. Avevo un'aria stanca. E se anche erano passate alcune ore da quando avevo pianto l'ultima volta, lo si vedeva dagli occhi. Non erano rossi, piuttosto avevano in s qualcosa di indistinto e acquoso.
Mi fermai un attimo sulle scale. Mi venne in mente che erano tante le cose che dovevamo chiedere alla nonna. Finora eravamo stati troppo cauti. Per esempio quando era arrivata l'ambulanza? Quanto ci aveva messo? Quando erano arrivati, era ancora possibile salvargli la vita, come erano intervenuti?
Doveva essere salita per il vialetto a sirene spiegate e con i lampeggianti accesi. Erano scesi subito l'autista e il medico, avevano preso in fretta e furia l'attrezzatura necessaria, si erano precipitati su per le scale, che era chiusa a chiave? L lo era sempre, lei aveva avuto la presenza di spirito di andare ad aprire? Oppure erano rimasti l fuori mentre continuavano a suonare il campanello? Che cosa aveva detto loro quando erano entrati?  l dentro? Prima di condurli in soggiorno? Era seduto in poltrona in quel momento? Era per terra? Avevano tentato di rianimarlo? Massaggio cardiaco, ossigeno, respirazione bocca a bocca? O avevano constatato immediatamente l'avvenuto decesso, che ormai non c'era pi niente da fare, e lo avevano semplicemente messo su una barella e portato via dopo aver scambiato qualche parola con lei? Quanto aveva capito? Che cosa aveva detto? E quando era successo, la mattina, in pieno giorno o la sera?
Non potevamo mica andarcene da l senza conoscere le circostanze della sua morte, no?
Sospirai e mi incamminai lungo la discesa. Sopra di me il cielo si era aperto. Quella che qualche ora prima era stata una coltre di nubi semplice, ma compatta, adesso aveva assunto le sembianze di formazioni paesaggistiche che si estendevano in profondit dentro un abisso, ampie pianure, pareti ripide e vette impervie, in alcuni punti bianca e corposa come la neve, in altri grigia e dura come la roccia mentre le grandi superfici che erano illuminate dal sole che stava tramontando non luccicavano n brillavano n rilucevano di rosso, come avrebbero potuto fare, ma parevano immerse in un liquido. Rosse opaco, rosa scuro, erano sospese sopra la citt circondate da tutte le possibili tonalit del grigio. Lo scenario era magnifico e selvaggio. A dire il vero tutte le persone avrebbero dovuto affollare le strade, pensai, fermare le macchine, aprire le portiere e i conducenti e i passeggeri sarebbero dovuti scendere con la fronte rivolta verso l'alto e gli occhi che scintillavano di curiosit e di brama di bellezza, perch che cosa stava realmente accadendo sopra le nostre teste?
Invece si lanciava al massimo qualche occhiata lass, magari seguita da qualche sporadico commento su come il cielo era bello stasera, perch vedute come quelle non erano isolate, anzi, non passava quasi giorno senza che il cielo si riempisse di formazioni fantastiche di nubi dove ognuna di esse veniva illuminata in maniera unica e mai ripetuta, e dato che ci che si vede sempre  proprio ci che non si vede mai, vivevamo le nostre vite sotto un cielo in costante mutamento senza dedicargli un solo pensiero, un solo sguardo. E perch mai avremmo dovuto farlo? Se le diverse formazioni avessero avuto un significato, se per esempio in esse si fossero nascosti segni e messaggi per noi, che andavano decodificati in modo corretto, allora un'attenzione continua a quanto accadeva lass sarebbe stata inevitabile e comprensibile. Ma non era cos, le diverse forme e luci delle nuvole non significavano niente, l'aspetto che assumevano in qualsiasi momento si basava esclusivamente su casualit, quindi se le nuvole erano il segno di qualcosa, era della mancanza di significato nella sua forma pi pura e perfetta.
Sbucai sulla strada pi grande, dove non c'erano n persone n auto, e mi diressi verso l'incrocio, anch'esso avvolto dall'atmosfera domenicale. Una coppia di anziani che stava facendo una passeggiata camminando sul marciapiede, qualche macchina che procedeva lenta gi verso il ponte, le luci del semaforo che diventavano nuovamente rosse per nessuno. Alla fermata dell'autobus vicino al chiosco si ferm una Golf nera e il conducente, un giovane in pantaloncini corti, sgusci fuori con in mano un portafoglio e si diresse correndo verso il chiosco lasciando la macchina con il motore acceso. Me lo ritrovai sulla porta mentre stava uscendo, questa volta con in mano un gelato. Non era forse un comportamento un po' infantile? Lasciare l'auto in moto per andarsi a comprare un gelato?
Il commesso dall'abbigliamento sportivo del giorno prima era stato sostituito da una ragazza sui vent'anni. Era pienotta e aveva i capelli neri e dai tratti del suo viso, che avevano qualcosa di persiano, ipotizzai che il suo paese d'origine fosse l'Iran o l'Iraq. A dispetto delle guance rotonde e del corpo grassottello, era bella. Non mi degn di uno sguardo. Tutta la sua attenzione era rivolta a una rivista che teneva aperta sul bancone davanti a s. Aprii la porta scorrevole del frigorifero e presi tre bottigliette da mezzo litro di Sprite, poi dopo aver cercato con lo sguardo le patatine tra gli scaffali, le trovai, presi due sacchetti e li posai sul bancone.
E una busta di Tiedemanns Gul con le cartine, dissi.
Si gir per prendere il tabacco dallo scaffale alle sue spalle.
Rizla? mi chiese sempre senza incrociare il mio sguardo.
S, grazie".
Infil il pacchetto arancione con le cartine sotto la piega della busta gialla di tabacco prima di appoggiarla sul bancone mentre con l'altra mano cominciava a battere i prezzi sul registratore di cassa.
Centocinquantasette e cinquanta, disse in dialetto stretto di Kristiansand.
Le porsi due banconote da cento. Batt la cifra e dal cassetto della cassa che si apr, prelev il resto. Anche se ero l con la mano tesa, lo mise sul bancone.
Perch? C'era qualcosa in me che non andava, qualcosa che aveva visto e non era stato di suo gradimento? O era semplicemente ebete? Non  forse normale che un commesso guardi ogni tanto in faccia il cliente nel corso di una transazione? E se uno tiene la mano ben aperta, non  quasi ai limiti dell'insulto appoggiare i soldi da un'altra parte? O perlomeno un'ostentazione?
La guardai.
Posso avere anche un sacchetto?
Ma certo, rispose prima di piegarsi leggermente sulle ginocchia e tirarne fuori uno bianco da sotto il bancone. Ecco".
Grazie, dissi, ci infilai dentro quello che avevo comprato e uscii. La volont di andare a letto con lei, che si manifest sotto forma di una specie di apertura e morbidezza del corpo, di una specie di intreccio di sensi, pi che in quella pi comune del desiderio, pi dura, pi acuta, dur per tutto il tragitto fino a casa, ma non era predominante, perch intorno a essa c'era sempre il dolore, con il suo cielo grigio e offuscato che presentivo avrebbe potuto riempirmi nuovamente in qualunque momento.
Erano su in soggiorno a guardare la televisione. Yngve seduto nella poltrona di pap. Gir la testa quando entrai e si alz.
Pensavamo di berci qualcosa, disse rivolto alla nonna. Adesso che ci abbiamo dato dentro tutto il giorno. Vuoi un drink anche tu?
Sarebbe carino, rispose.
Allora ne preparo uno anche per te, continu Yngve. Magari possiamo stare in cucina?
Volentieri, disse lei.
Non stava camminando in modo leggermente pi veloce di quanto avesse fatto finora? Si era forse accesa una piccola luce nei suoi occhi altrimenti bui?
S, era cos.
Posai uno dei sacchetti di patatine sul ripiano della cucina, svuotai il contenuto dell'altro in una ciotola, che misi sul tavolo mentre Yngve prendeva una bottiglia di Absolut blu dalla credenza, che era rimasta tra le cibarie e di cui ci eravamo dimenticati quando avevamo versato tutti gli altri alcolici che eravamo riusciti a trovare nel lavello, tre bicchieri dalle mensole sopra il ripiano, un cartone di succo d'arancia dal frigorifero e si mise a mixare i drink. Seduta al suo posto, la nonna lo guardava.
Allora piace anche a voi bervi un goccetto la sera, esclam.
Oh, s, disse Yngve. Ci siamo dati da fare tutto il giorno. Dovremo pur rilassarci un po'!
Le sorrise porgendole il bicchiere. Eccoci l seduti tutti e tre intorno al tavolo a bere. Erano quasi le dieci. Fuori aveva cominciato a fare buio. Che alla nonna facesse bene l'alcol era ormai assodato. I suoi occhi iniziarono a brillare come un tempo, le sue guance bianche, opache ripresero colore, i suoi movimenti si fecero pi morbidi e quando ebbe bevuto il suo primo drink e Yngve gliene vers un altro, fu come se anche il suo animo si rasserenasse perch poco dopo rideva e parlava come ai vecchi tempi. La prima mezz'ora rimasi come pietrificato, irrigidito per via del disagio che provavo perch la nonna era come un vampiro che finalmente aveva trovato altro sangue, lo vedevo, era cos: in lei riaffior la vita che si diffuse in tutte le membra del suo corpo. Era terribile, terribile. Ma poi sentii a mia volta l'effetto dell'alcol, i pensieri si ammorbidirono, la coscienza si fece pi aperta e il fatto che lei se ne stesse l a bere e a ridere due giorni dopo aver trovato il proprio figlio morto in soggiorno non appariva pi cos sgradevole, non era poi cos pericoloso, evidentemente ne aveva bisogno: dopo essere rimasta seduta immobile sulla sedia della cucina per tutto il giorno, con le sole interruzioni di quando aveva vagato per casa confusa e senza requie, sempre muta, era bello vederla riprendere vita. E noi, anche noi ne avevamo bisogno. Quindi eccoci l seduti, la nonna che raccontava, noi che ridevamo, Yngve che ci metteva del suo, noi che ridevamo ancora di pi. Yngve e la nonna avevano sempre condiviso il gusto per i giochi di parole, ma mai come quella sera erano stati cos in sintonia. Nel vero senso della parola, la nonna dovette asciugarsi le lacrime dagli occhi e quando incrociai lo sguardo di Yngve, che prima sembrava quasi voler chiedere scusa, non vidi altro che gioia. Quella che stavamo bevendo era una pozione magica. Quel liquido lucido dal sapore cos marcato, bench diluito con del succo d'arancia, mut le condizioni della nostra presenza l perch allontanava dalla nostra coscienza ci che era appena successo aprendo cos la strada a quello che eravamo e a quello che pensavamo al di fuori di quella situazione, come se venisse illuminato dal basso, perch quello che eravamo e quello che pensavamo brill all'improvviso caldo e lucente e tra di noi non ci furono pi barriere n ostacoli. La nonna puzzava ancora di piscia, il suo vestito era ancora ricoperto di macchie di unto e di cibo, era ancora disgustosamente magra, aveva vissuto negli ultimi mesi in una topaia con suo figlio, nostro padre, che era morto per abuso di alcolici e il suo corpo non si era ancora raffreddato del tutto. Ma gli occhi della nonna brillavano. La sua bocca sorrideva. E le mani, che fino a quel momento erano rimaste per lo pi immobili in grembo, quando non erano perennemente occupate a fumare, adesso cominciarono a gesticolare. Davanti ai nostri occhi si trasform in quella che era sempre stata, leggera, svelta, sempre sul punto di sorridere o di scoppiare in una risata. Le storie che raccontava le avevamo gi sentite, eppure era proprio quello il punto, almeno per me, perch grazie a esse la nonna tornava a essere quella che era stata, la vita l dentro tornava a essere quella che era un tempo. Nessuno di quegli aneddoti era divertente in s, tutto risiedeva nel modo in cui la nonna li raccontava, il fatto che venissero elevati al rango di storie e che lei stessa le trovasse spassose. Cercava sempre i dettagli pi strani e bizzarri della quotidianit e ogni volta ne rideva allo stesso modo. I suoi figli le davano corda, nel senso che anche loro le raccontavano delle storielle che riguardavano le loro vite di tutti i giorni di cui lei rideva, e se erano davvero di suo gradimento, le faceva sue e le inseriva nel suo repertorio. I suoi figli, soprattutto Erling e Gunnar, avevano la stessa predisposizione per i giochi di parole. Non era Gunnar quello che avevano mandato in negozio per comprare un mulinello per la ricezione satellitare? O un cavo idrosolubile? Non era Yngve quello a cui avevano fatto credere che analitico ed erettile fossero delle parolacce terribili e a cui avevano fatto giurare che non le avrebbe mai pronunciate? Anche pap a volte era partecipe di quel tipo di gergo, ma ricollegarlo a lui, questo non lo facevo mai: anzi, lo guardavo con stupore quando lo usava. Che lui fosse capace di lasciarsi andare di fronte a una storiella e ridere come la nonna era una cosa impensabile.
Anche se lo aveva gi raccontato centinaia di volte, era cos calata in quello che diceva, che sembrava che stesse succedendo per la prima volta. La risata che ne seguiva era perci completamente liberatoria: in essa non c'era l'ombra di qualcosa di calcolato. E adesso che avevamo bevuto un po' e l'alcol aveva illuminato tutto quello che poteva esserci di buio, oltre a cancellare ogni sguardo esterno, non avevamo nessun problema a seguirla in questo. Sul tavolo si susseguiva uno scroscio di risate dopo l'altro. La nonna attinse alla sua immensa riserva di aneddoti raccolti nel corso dei suoi ottantacinque anni di vita, ma non si ferm l perch a mano a mano che cresceva l'ebbrezza, si abbassavano le difese, e lei si spinse oltre nel raccontare quelle storie cos note inserendo altri dettagli a quello che era successo in un modo tale da modificarne il senso ultimo. Che lei avesse lavorato come autista privata a Oslo agli inizi degli anni trenta lo sapevamo bene, faceva parte della mitologia di famiglia perch a quell'epoca non erano tante le donne che avevano la patente o che nella fattispecie lavoravano come autista. Aveva risposto a un annuncio, ci raccont, che aveva letto sul quotidiano Aftenposten a casa sua a sgrdstrand, e che diceva per l'appunto che cercavano una persona che potesse svolgere quella mansione. Aveva scritto una lettera, ottenuto il lavoro e si era trasferita a Oslo. Era alle dipendenze di una donna anziana, eccentrica e ricca. La nonna, poco pi che ventenne, viveva in una stanza della sua grande villa e la accompagnava in macchina ovunque volesse andare. La signora possedeva un cane che aveva l'abitudine di starsene affacciato alla finestra e abbaiare a tutti i passanti, e la nonna rideva mentre raccontava di quanto la cosa la mettesse in imbarazzo. Ma c'era anche un altro dettaglio che era solita citare per far capire esattamente quanto quella donna fosse eccentrica e probabilmente affetta da un inizio di demenza senile: teneva i suoi soldi sparsi in tutta la casa. C'erano mazzetti di banconote nella credenza della cucina, nelle pentole e nelle teiere, sotto i tappeti, sotto i cuscini in camera da letto. La nonna era solita ridere e scuotere la testa quando lo raccontava perch dovevamo ricordarci che se ne era appena andata di casa, che proveniva da una piccola cittadina e che quello era il suo primo incontro, non soltanto con il mondo esterno, ma con il gran mondo esterno. Quella volta, mentre eravamo seduti intorno a quel tavolo illuminato della sua cucina, con le ombre dei nostri volti che si stagliavano sui vetri delle finestre che stavano diventando buie, e una bottiglia di Absolut vodka tra di noi, a un tratto ci chiese in modo retorico:
Perci che cosa potevo fare? Era ricca come un Creso, sapete. E c'erano soldi dappertutto. Non se ne accorgeva neanche se ne sparivano. Quindi che importanza poteva avere se ne prendevo un po'?.
Hai preso dei soldi?
S, certo che l'ho fatto. Non erano molti, per lei non erano niente. E visto che neanche se ne accorgeva, che differenza poteva fare? E poi pagava poco! S, era cos, avevo uno stipendio da fame. Perch poi non guidavo soltanto la macchina per lei, ma facevo anche un mucchio di altre cose, quindi era giusto che venissi retribuita meglio!
Batt la mano sul tavolo. Poi scoppi a ridere.
Ma quel cane, ragazzi! Eravamo proprio uno spettacolo quando attraversavamo le strade di Oslo. A quei tempi non erano molte le macchine in circolazione. Quindi non passavamo inosservati. Eh, s".
Rise leggermente. Poi sospir.
Eh, gi. La vita  una botta, diceva la vecchia che non riusciva a pronunciare la elle. Ah, ah, ah".
Si port il bicchiere alle labbra e bevve. Io feci lo stesso. Afferrai la bottiglia e mi riempii il bicchiere vuoto mentre lanciavo un'occhiata a Yngve, che annu, cos riempii anche il suo.
Ne vuoi ancora un po'? dissi guardando la nonna.
Volentieri, rispose. Un goccio".
Quando ebbi colmato anche il suo bicchiere, Yngve cominci a versare il succo d'arancia, che per fin prima di aver riempito mezzo bicchiere, scosse un po' il cartone.
 vuoto, disse guardandomi. Non hai appena comprato la Sprite?
S, vado a prenderla".
Mi alzai e andai al frigorifero. Oltre alle tre bottigliette da mezzo litro, c'era anche quella da un litro e mezzo acquistata da Yngve in giornata.
Te l'eri scordata? gli dissi mostrandogliela.
 vero, rispose.
La misi sul tavolo, uscii dalla cucina e scesi le scale per andare in bagno. Le stanze avvolte nel buio mi circondavano grandi e vuote. Ma con le fiamme dell'alcol che mi bruciavano nel cervello non feci caso a ci che forse mi avrebbe riempito di stati d'animo diversi perch anche se non ero esattamente felice, mi sentivo risollevato, su di giri, con una voglia cos grande di procedere in quello che stavo facendo che neanche il pensiero della morte di pap poteva farla vacillare, pensiero che ora si era ridotto a una ombra pallida, presente, ma priva di conseguenze perch la vita aveva preso il suo posto, con tutte le immagini e le voci e gli avvenimenti che quello stato di ebbrezza braccava a una velocit che mi dava l'illusione di trovarmi in un posto con tante persone e molta gioia. Sapevo che non era cos, ma lo percepivo in quel modo ed erano proprio le sensazioni e i sentimenti a pilotarmi, anche quando calpestai quella moquette macchiata al pianterreno, illuminato soltanto dalla luce fioca che penetrava attraverso il vetro della porta d'ingresso, ed entrai nella toilette, che fischiava e sibilava come faceva da almeno trent'anni. Quando uscii di nuovo, sentii le loro voci che provenivano da sopra e mi affrettai a salire le scale. Feci qualche passo dentro il soggiorno per vedere il posto dove era morto mentre ero in preda a uno stato d'animo diverso, pi indifferente. In quel momento ebbi la percezione improvvisa di quello che lui era stato l dentro. Non lo vidi, non fu una cosa del genere, percepii lui, tutto il suo essere, cos come era stato negli ultimi tempi in quelle stanze. Oh, era strano. Ma non volevo indugiare su questo, forse non avrei neanche potuto, perch quella percezione dur soltanto qualche attimo, poi i pensieri ci affondarono i loro artigli e cos andai in cucina, dove tutto era uguale a come quando me ne ero andato, a parte il colore dei drink, che adesso erano lucidi e pieni di bollicine grigiastre.
La nonna stava raccontando altri dettagli del periodo in cui aveva abitato a Oslo. Anche quella storia apparteneva alla mitologia della nostra famiglia e anche a essa lei diede una svolta finale inaspettata e a noi sconosciuta. Quello che sapevo era che la nonna prima era stata con Alf, il fratello maggiore del nonno. Erano stati loro due a formare all'inizio una coppia. I due fratelli studiavano insieme a Oslo, Alf scienze naturali e il nonno economia. Quando la relazione con Alf era finita, la nonna si era sposata con il nonno e si era trasferita a Kristiansand, cosa che aveva fatto anche Alf, che per era sposato con Slvi. Quest'ultima aveva sofferto di tubercolosi in giovent, uno dei polmoni era perforato e rimase malaticcia per tutta la vita, non poteva avere figli, cos, in et relativamente avanzata, avevano adottato una bambina dall'Asia. Erano Alf e la sua famiglia e la nonna e il nonno con la loro che costituivano la maggior parte dei ritrovi e delle feste a cui partecipai da bambino, erano loro che venivano a farci visita a casa e si menzionava spesso che Alf e la nonna un tempo erano insieme, non era un segreto, e quando il nonno e Slvi morirono, la nonna e Alf si incontravano una volta alla settimana, tutti i sabati pomeriggio lei andava a trovarlo, nella villa a Grim, cosa che nessuno trovava strana, ma di cui qualcuno sorrideva benevolmente, perch forse erano loro due quelli che ai tempi avrebbero dovuto sposarsi?
Adesso la nonna si era messa a raccontare della prima volta che aveva incontrato i due fratelli. Alf era quello espansivo, il nonno era pi introverso, ma entrambi erano palesemente interessati a quella giovane di sgrdstrand perch quando il nonno cap che piega stava prendendo la situazione, visto che suo fratello stava affascinando la ragazza con il suo buonumore, le disse sottovoce: Ha l'anello in tasca!
La nonna rideva mentre lo raccontava:
Cosa hai detto? gli chiesi anche se avevo sentito benissimo. Allora lui mi ha ripetuto: Ha l'anello in tasca! Che tipo di anello? ho domandato. L'anello di fidanzamento! aveva risposto, sapete. Pensava che non l'avessi capito!.
Ma Alf era gi fidanzato con Slvi? chiese Yngve.
Certo. Ma lei abitava ad Arendal ed era malaticcia, sapete. Lui non aveva previsto che la cosa sarebbe durata tanto. Invece fin comunque per sposarsi con lei".
Bevve un altro sorso dal bicchiere, poi si lecc le labbra. Ci fu una pausa e la nonna si richiuse in se stessa come aveva fatto parecchie volte negli due ultimi giorni. Sedeva con le mani incrociate mentre fissava un punto davanti a s. Svuotai il bicchiere e ci versai un altro drink, presi una cartina, ci misi del tabacco, lo lavorai un pochino in modo che poi tirasse meglio, lo arrotolai nella cartina pi volte, premetti l'estremit della carta verso il basso e la chiusi, leccai la colla, staccai i fili di tabacco in eccesso che rimisi nella busta, mi infilai in bocca la sigaretta leggermente storta e l'accesi con l'accendino verde e per met trasparente di Yngve.
Saremmo dovuti partire per il Sud l'inverno che il nonno  morto, disse. Avevamo gi comprato i biglietti e tutto quanto".
La guardai mentre espiravo il fumo.
La notte in cui  stramazzato in bagno, sapete... ho sentito un baccano infernale l dentro, mi sono alzata e lui era l disteso sul pavimento e mi diceva che dovevo chiamare un'ambulanza. Quando l'ho fatto, mi sono seduta e gli ho tenuto la mano mentre aspettavamo che arrivasse. Allora mi ha detto Andremo lo stesso al Sud. E io ho pensato:  un altro Sud quello dove andrai tu!
Rise, ma abbass lo sguardo mentre lo diceva.
 un altro Sud quello dove andrai tu! ripet.
Ci fu un lungo silenzio.
Ohh, fece prima di aggiungere: La vita  una botta disse la vecchia che non riusciva a pronunciare la elle.
Sorridemmo. Yngve spost leggermente il suo bicchiere mentre fissava il tavolo. Io non volevo che lei pensasse alla morte del nonno o di pap e cercai di dirottare la conversazione su altri argomenti ricollegandomi a quello di cui aveva parlato prima.
Ma siete venuti qui quando vi siete trasferiti a Kristiansand? chiesi.
Oh, no, disse lei. Pi su, in Kuholmsveien. Questa casa l'abbiamo comprata dopo la guerra. Be', in verit abbiamo comprato solo il terreno. Era un bel terreno, uno dei migliori a Lund, perch avevamo una bella vista, sapete. Sul mare e sulla citt.  cos in alto che nessuno ti pu vedere. Ma quando lo acquistammo, qui c'era un'altra casa. O forse definirla casa sarebbe stato un po' troppo. Ah ah ah. Era una vecchia catapecchia. Quelli che ci vivevano erano due uomini, per quanto mi ricordo, s, erano due uomini... e bevevano. E la prima volta che venimmo qui a vederla, me lo ricordo bene, c'erano bottiglie dappertutto! Nell'ingresso quando entrammo, su per le scale, in soggiorno, in cucina. Dappertutto! In alcuni punti erano cos tante che non si poteva camminare. Quindi ce la vendettero a buon prezzo. La demolimmo e poi ci costruimmo questa. Non c'era neanche un giardino, solo roccia, una stamberga su un masso, questo  quello che avevamo comprato".
Allora ci hai messo molto tempo a farti il giardino? domandai.
Oh, s, figurati. Oh, s, s. I susini l fuori, sapete, li presi dalla casa dei miei genitori ad sgrdstrand. Sono davvero vecchi. Qui in giro non se ne vedono molti di questo tipo".
Ricordo che di solito portavamo a casa dei sacchetti piene di susine, comment Yngve.
Anch'io, dissi.
Fanno ancora frutti? chiese Yngve.
S, credo di s, rispose la nonna. Forse non quanto prima, ma.".
Afferrai la bottiglia, che ora era quasi mezza vuota, e mi versai di nuovo da bere. Che alla nonna non fosse venuto in mente che ora il cerchio si era chiuso con quello che era successo qui non era forse cos strano, pensai. Asciugai una goccia sul collo della bottiglia con il pollice e la leccai, mentre la nonna all'altro capo del tavolo apriva la busta del tabacco e ne metteva un pizzico nella macchinetta per rollarlo. Perch indipendentemente da quali situazioni estreme avesse dovuto subire la sua vita negli ultimi anni, esse rappresentavano soltanto una parte minuscola e insignificante di tutto ci che lei aveva vissuto. Quando guardava pap, vedeva quello che lui era stato da neonato, da bambino, da ragazzo, da adulto, e in quello sguardo era racchiuso tutto il modo d'essere e le qualit del figlio, perci, se lui si cacava addosso mentre era sdraiato sul divano della madre, quel momento era cos breve e lei cos vecchia che esso, paragonato alla quantit impressionante di tempo che lei aveva immagazzinato, non aveva abbastanza peso da trasformarsi nell'immagine reale. Lo stesso valeva per la casa, mi sembrava di capire. La prima casa con le bottiglie divenne per antonomasia la casa con le bottiglie mentre questa era il suo focolare domestico, il luogo dove aveva trascorso gli ultimi cinquant'anni e, anche se era piena di bottiglie, non si sarebbe mai dimenticata quella su cui verteva tutta la questione.
Oppure dipendeva soltanto dal fatto che fosse cos ubriaca da non riuscire pi a pensare in maniera chiara? In quel caso lo nascondeva bene, perch, a parte il fatto che fosse rifiorita tutto d'un colpo, c'erano pochi segni di ubriachezza nel suo comportamento. D'altro canto io non ero certo la persona giusta per dare un qualsivoglia tipo di giudizio. Spronato dalla luce sempre pi scintillante dell'alcol, che lasciava sempre pi liberi i miei pensieri, avevo iniziato a buttar gi drink, quasi come se fossero stati succhi di frutta. Dopo aver riempito il bicchiere di Sprite, afferrai la bottiglia della vodka, che mi impediva di vedere la nonna, e la misi sul davanzale della finestra.
Ma che fai! disse Yngve.
Metti la bottiglia sulla finestra? esclam la nonna.
Arrossito e confuso, l'afferrai e la rimisi sul tavolo.
La nonna scoppi a ridere.
Ha messo la bottiglia della vodka sulla finestra!
Anche Yngve rideva.
Mi pare giusto che tutti i vicini devono vedere che stiamo bevendo! comment.
Va bene, va bene, non ci avevo pensato, dissi.
Puoi ben dirlo! intervenne la nonna asciugandosi le lacrime che le erano venute a furia di ridere. Ah, ah, ah!
In quella casa dove si era sempre stati cos attenti a non lasciar entrare gli sguardi indiscreti degli altri, in quella casa dove si era sempre cos attenti ad agire in modo irreprensibile in tutto ci che si poteva vedere dall'esterno, dai vestiti al giardino, dalla facciata della casa alla macchina al comportamento dei bambini, mettere una bottiglia di vodka sul davanzale della finestra, mentre l'interno era perfettamente illuminato, era la cosa in assoluto pi impensabile. Ecco perch, e dopo un po' anch'io, ridevano cos.
Sopra il colle sull'altro lato della strada la luce del cielo, che difficilmente si poteva scorgere attraverso il riflesso della cucina, dove sedevano tre figure sottomarine, era grigia tendente al blu. Quella notte non divenne pi buia di cos. Yngve aveva cominciato a biascicare leggermente. Per chi non lo conosceva, sarebbe stato impossibile notarlo. Invece io s, perch diventava sempre cos quando beveva. Prima parlava in modo leggermente meno chiaro, poi con la voce sempre pi impastata fino a quando, al massimo della sbornia, l'attimo in cui stava per addormentarsi, era impossibile capire cosa dicesse. Per me quella torbidezza causata dal bere era innanzitutto un fenomeno interiore, era solo l che si articolava e questo era un problema, perch se non era possibile vedere che ero ubriaco fradicio, visto che parlavo e camminavo quasi normalmente, non esistevano scuse per quello che a quel punto poteva sfuggirmi sotto forma di gesti o di parole. Inoltre, per questo motivo, la mia furia selvaggia diventava ancora pi grande perch gli effetti dell'ebbrezza non venivano interrotti dal sonno o da problemi di coordinazione, ma andava avanti penetrando il terso, il vuoto, il primitivo. La amavo, adoravo quella sensazione, era la mia migliore, ma non portava mai a niente di buono e il giorno dopo, o il giorno dopo ancora, era strettamente connessa al senso di sconfinatezza come a quello di stupidit, cosa che odiavo di cuore. Ma adesso ero l, non c'era futuro, e neanche passato, solo l'istante, ed era per questo che volevo rimanere l perch il mio mondo, nella sua insopportabile banalit, splendeva.
Mi girai verso l'orologio appeso alla parete. Erano le undici e trentacinque. Poi guardai Yngve. Aveva un'aria stanca. Gli occhi erano sottili e un po' arrossati agli angoli. Il suo bicchiere era vuoto. Speravo solo che non gli fosse venuta in mente l'idea di andare a dormire! Non potevo stare da solo con la nonna.
Ne vuoi ancora un po'? gli chiesi facendo segno alla bottiglia sul tavolo.
Mah, forse un altro, rispose. Ma che sia l'ultimo. Domani mattina dobbiamo alzarci presto".
Oh? E perch? dissi.
Abbiamo un appuntamento alle nove, non ricordi?
Mi battei una mano sulla fronte, un gesto che probabilmente non facevo pi dai tempi del liceo.
Ma non ci sono problemi, dissi, basta presentarsi, ecco tutto".
La nonna ci guard.
Se soltanto non ci avesse chiesto dove dovevamo andare! pensai. La parola impresario di pompe funebri avrebbe sicuramente rotto l'incantesimo. E allora saremmo di nuovo rimasti l come una madre che ha perso suo figlio e due ragazzi che hanno perso il padre.
Per non osavo chiedere se ne volesse ancora. C'erano dei limiti alla decenza e noi li avevamo superati gi da un pezzo. Presi la bottiglia e versai da bere nel bicchiere di Yngve, poi nel mio. Ma dopo averlo fatto, incrociai lo sguardo di lei.
Ne vuoi un altro? mi sentii domandarle.
Un pochino magari. Si  fatto tardi".
S,  tardi sulla Terra, dissi.
Cosa? chiese la nonna.
Ha detto che  tardi sulla Terra, ripet Yngve.  una citazione famosa".
Perch aveva detto cos? Voleva rimettermi al mio posto? Oh, cazzo, che cosa stupida da dire.Tardi sulla terra".
Karl Ove pubblicher presto un libro, disse Yngve.
Davvero? comment la nonna.
Annuii.
Ma s, ora che me lo dici, l'avevo sentito dire.  stato Gunnar, mi pare. Ma guarda! Un libro".
Port il bicchiere alla bocca e bevve. Feci lo stesso. Era solo la mia impressione o i suoi occhi si erano oscurati di nuovo?
Allora non abitavate qui durante la guerra? dissi ingollando un altro sorso.
No, ci siamo trasferiti qui solo dopo la guerra, qualche anno pi tardi. Durante la guerra abitavamo l, disse indicando un punto alle sue spalle.
E com'era? chiesi. Durante la guerra intendo".
Be', era pi o meno come sempre, sai. Era pi difficile trovare da mangiare, ma per il resto non c'erano grosse differenze. I tedeschi erano persone comuni, come noi. Facemmo conoscenza con alcuni di loro, sapete. Andammo laggi a far loro visita anche dopo la guerra".
In Germania?
S, s. E quando se ne dovettero andare nel maggio del 1945, ci telefonarono e ci dissero che potevamo andare a prendere diverse cose che avevano lasciato, se volevamo. Ci diedero i liquori migliori e una radio. E molto altro".
Che avessero ricevuto dei regali dai tedeschi prima della resa l'avevo gi sentito dire. Ma che i tedeschi glieli avevano portati a casa.
Li avevano lasciati? chiesi. Ma dove?
In una pietraia da qualche parte, spieg la nonna. Telefonarono e ci dissero dove li potevamo trovare con esattezza. Poi una sera ci andammo ed erano li, proprio come avevano detto. Erano gentili, questo  certo".
Il nonno e la nonna si erano arrampicati lungo una pietraia una sera di maggio del 1945 in cerca dei liquori dei tedeschi?
La luce di un paio di fari scivol attraverso il giardino e per qualche secondo colp la parete sotto la finestra, fino a quando la macchina, dopo aver completato la curva, non spar nel vicolo sottostante. La nonna si chin verso la finestra.
Chi pu essere a quest'ora? disse
Sospir e si mise a sedere sulla sedia, con le mani in grembo. Ci guard.
 un bene che siate qui, ragazzi, comment.
Ci fu una pausa. La nonna bevve un altro sorso.
Ti ricordi di quando abitavi qui? esclam tutto a un tratto guardando Yngve con espressione affettuosa.
Quando vostro padre venne a prendervi, si era fatto crescere la barba e tu ti eri messo a correre su per le scale gridando: Non  pap!'. Ah ah ah! Non  pap!' Era cos divertente averti qui, davvero".
Me lo ricordo bene, rispose Yngve.
E poi quella volta che stavamo ascoltando alla radio Nitimen e parlavano del proprietario del pi vecchio cavallo norvegese. Te lo ricordi? Pap, hai la stessa et del cavallo pi vecchio della Norvegia!, commentasti".
Chin la testa in avanti mentre rideva fregandosi gli occhi con le nocche dell'indice.
E tu, disse guardandomi, ti ricordi quando eri da solo con noi nella casa di campagna?
Feci cenno di s con la testa.
Una mattina ti trovammo seduto sulle scale in lacrime e quando ti chiedemmo perch stavi piangendo, rispondesti: Sono cos solo'. Avevi solo otto anni, sai!
Era l'estate che pap e mamma erano andati in vacanza in Germania. Yngve era andato a Srbvg dai nonni materni e io ero venuto qui a Kristiansand. Cosa ricordo di allora? Che la distanza con il nonno e la nonna era troppo grande. Io piombai all'improvviso nella loro vita di tutti i giorni. Erano pi estranei di quanto non lo fossero prima, perch non c'era niente e nessuno che poteva fare da intermediario. Una mattina era caduto un insetto dentro il latte e io non volevo berlo, e la nonna replic che non dovevo fare lo schizzinoso, bastava toglierlo, erano cose che succedevano quando si viveva in mezzo alla natura. La sua voce era dura. Io bevvi il latte nauseato. Perch avevo conservato proprio quel ricordo? E nessun altro? Ce ne dovevano pur essere degli altri? S, mamma e pap mi spedirono una cartolina con la foto di Monaco. Quanto l'avevo aspettata e quanto fui felice quando alla fine arriv! E i regali quando finalmente tornarono a casa: un pallone rosso per me. Quei colori... Oh la sensazione di felicit che mi avevano dato...
Un'altra volta eri qui sulle scale e mi chiamavi gridando, continuava la nonna guardando Yngve. Nonna, sei di sopra o di sotto?' Io risposi: Di sotto,' e tu esclamasti: Perch non di sopra?'".
Rise.
S, che spasso... Quando vi siete trasferiti a Tybakken, andavi a bussare alle porte dei vicini per chiedere se l vivevano bambini. Vivono dei bambini qui?' chiedevi. Ah ah ah!
Quando la risata si spense, ridacchi mentre si rollava un'altra sigaretta con la macchinetta. La parte superiore del tubetto era vuota e si infiamm quando la accese con l'accendino. Un piccolo pezzo di cenere cadde sul pavimento. Poi il fuoco arriv al tabacco prima di ridursi a una scintilla, che si illuminava sempre di pi ogni volta che tirava una boccata e succhiava il filtro.
Ma ora siete adulti, disse. Ed  cos strano. Sembra ieri che eravate piccoli...
Mezz'ora dopo andammo a letto. Io e Yngve sparecchiammo, riponemmo la bottiglia di vodka nel mobile sotto il lavello, svuotammo il posacenere e mettemmo i bicchieri nella lavastoviglie, mentre la nonna restava seduta a guardarci. Alla fine si alz anche lei. Un po' di piscia scivol lungo la sedia, senza che se ne accorgesse. Uscendo si appoggi allo stipite della porta, prima a quello della cucina, poi a quello dell'ingresso.
Allora buonanotte! dissi.
Buonanotte, ragazzi, disse lei sorridendo. Continuai a tenerla d'occhio e notai che il suo sorriso scomparve nello stesso istante in cui si volt e cominci a scendere le scale.
Eh s, dissi un minuto dopo, quando ci trovavamo nella stanza di sopra. Questo  quanto".
S, comment Yngve. Si sfil la maglietta, la appoggi allo schienale della sedia, si tolse i pantaloni. Riscaldato dall'alcol, avevo voglia di dirgli qualcosa di carino. Tutti gli spigoli si erano smussati, non esisteva nessun problema, tutto era semplice.
Che giornata, disse.
S, lo puoi ben dire".
Si sdrai sul letto e si copr con il piumone.
Buonanotte, disse.
Buonanotte, risposi. E sogni d'oro".
Andai all'interruttore che si trovava accanto alla porta e spensi la luce. Mi sedetti sul letto. Avrei preferito non dormire. Per un attimo mi venne la pazza idea di uscire. Mancavano ancora un paio d'ore prima che i locali notturni chiudessero. Ed era estate, la citt era piena di gente, probabilmente c'era anche qualcuno che conoscevo. Ma poi arriv il sonno. All'improvviso l'unica cosa che desideravo era dormire. Tutto d'un tratto riuscivo a malapena a sollevare un braccio. Il pensiero di doversi spogliare era insostenibile, quindi mi sdraiai sul letto completamente vestito, chiusi gli occhi e caddi in quella dolce luce che sentivo dentro di me. Il bench minimo movimento, anche solo muovere un mignolo, mi solleticava lo stomaco e, quando un attimo dopo mi addormentai, fu con un sorriso sulle labbra.
Mentre ero ancora immerso nel sonno, gi sentivo che fuori mi aspettava qualcosa di terribile. Perci, quando raggiunsi uno stato di semicoscienza, cercai di invertire la rotta e di ritornare al sonno e sicuramente ci sarei riuscito, se non fosse stato per l'insistenza che trapelava dalla voce di Yngve e per la consapevolezza che quella mattina ci attendeva un incontro importante. Aprii gli occhi.
Che ore sono? chiesi.
Yngve era gi sulla soglia completamente vestito. Pantaloni neri, camicia bianca, giacca nera. Il suo viso sembrava gonfio, gli occhi erano sottili, i capelli arruffati.
Le otto e quaranta, disse. Alzati che dobbiamo andare".
Oh, cazzo".
Mi tirai su a sedere sul letto e sentii che la sbornia non era ancora passata.
Io intanto scendo, disse. Sbrigati".
L'avere indosso i vestiti del giorno prima mi diede una forte sensazione di disagio, che crebbe quando mi ricordai cosa avevamo fatto. Me li tolsi. C'era una pesantezza in tutti i miei movimenti, anche solo alzarsi e restare in piedi mi costava fatica, per non parlare di sollevare un braccio per afferrare la camicia che era appesa alla gruccia sopra l'anta dell'armadio. Ma dovevo, non c'era altro modo se non farlo e basta. Infilare il braccio destro, poi il sinistro, abbottonarmi prima i polsini poi i bottoni davanti. Perch cazzo lo avevamo fatto? Come cazzo avevamo fatto a essere cos stupidi? In fondo, tra tutti i posti possibili e immaginabili, l'ultimo dove volevo stare era l a bere con lei. Eppure era proprio questo che era successo. Come era stato possibile? Che cazzo era potuto succedere?
Era una cosa indecente.
Mi inginocchiai davanti alla valigia e frugai tra gli strati di vestiti, finch non trovai i pantaloni neri, che infilai stando seduto sul letto. E come si stava bene seduti! Ma dovevo pur alzarmi, per finire di mettermi i pantaloni, prendere la giacca e indossarla, scendere in cucina.
Quando riempii il bicchiere d'acqua e bevvi, avevo la fronte sudata. Chinai la testa e la bagnai sotto il getto dell'acqua. In parte mi rinfresc, in parte fece s che i capelli che erano corti e arruffati assumessero un aspetto migliore. Con l'acqua che mi gocciolava sul collo e il corpo pesante come un macigno, scesi fino all'ingresso, dove Yngve mi aspettava insieme alla nonna. Con una mano faceva tintinnare le chiavi della macchina.
Hai una gomma da masticare? chiesi. Non ho fatto in tempo a lavarmi i denti".
Non puoi fare a meno di lavarti i denti proprio oggi, disse Yngve. Se ti sbrighi ce la fai".
Aveva ragione. Probabilmente sapevo di sbornia e non si pu puzzare a quel modo quando ci si presenta in un'impresa di pompe funebri. Ma a sbrigarmi non ci riuscivo. Nel corridoio al primo piano dovetti fare una pausa, appoggiarmi alla ringhiera, era come se anche la volont fosse fiacca. Dopo aver preso lo spazzolino e il dentifricio sul comodino accanto al letto, mi lavai i denti in fretta e furia al lavello della cucina. Avrei dovuto lasciare l tutto e correre di sotto, ma qualcosa dentro di me diceva che non andava bene, la cucina non era certamente il posto adatto per spazzolino e dentifricio e dovevano essere riportati su in camera, cos passarono altri due minuti. Quando sbucai finalmente sulle scale, mancavano quattro minuti alle nove.
Allora noi andiamo, disse Yngve voltandosi verso la nonna.
Non ci vorr molto. Torniamo presto".
Va bene".
Mi sedetti in macchina, allacciai la cintura di sicurezza. Yngve si lasci cadere sul sedile accanto a me, infil la chiave nel cruscotto, la gir, si volt e inizi la manovra lungo la breve discesa. Feci un cenno di saluto alla nonna, e lei ricambi. Quando entrammo in retromarcia nel vicolo e non fui pi in grado di vederla, mi chiesi se fosse rimasta l in piedi come suo solito in modo che quando fossimo ripartiti, avremmo potuto vederci a vicenda e finire di salutarci con un cenno della mano, prima che lei rientrasse in casa e noi proseguissimo per la nostra strada. Era l. Io agitati la mano, lei ricambi prima di rientrare in casa.
Voleva venire con noi anche oggi? chiesi.
Yngve annu.
Dobbiamo fare come le abbiamo detto. Non metterci troppo tempo. Anche se mi piacerebbe sedermi da qualche parte a bermi un caff. O andare in qualche negozio di dischi".
Spinse verso il basso l'indicatore di direzione con l'indice sinistro, mentre cambiava marcia e controllava verso destra. Non c'era nessuno.
Come ti senti? chiesi.
Tutto bene, disse Yngve. E tu?
Sto sentendo i postumi, dissi. In realt sono ancora un po' brillo".
Mi lanci un'occhiata mentre si immetteva sulla strada.
Non  stata una bella cosa, esordii.
Fece un leggero sorriso, scal una marcia e si ferm appena prima delle strisce pedonali. Un uomo anziano dai capelli bianchi, magro come un chiodo e con un grosso naso, stava attraversando la strada davanti a noi. Gli angoli della sua bocca erano piegati verso il basso. Le labbra erano di un rosso scuro. Guard prima su verso l'altura alla mia destra, poi verso il basso in direzione della fila di negozi dall'altro lato della strada, per poi rivolgere lo sguardo a terra, probabilmente per assicurarsi di dove si trovava il bordo del marciapiede. Fece tutto questo come se fosse completamente solo. Come se non si curasse degli sguardi altrui. Era cos che Giotto dipingeva le persone. Sembrava che non si rendessero mai conto che qualcuno li stesse guardando. Era l'unico a raffigurare quell'aura indifesa che questo conferiva loro. Probabilmente era una caratteristica dell'epoca, perch le generazioni successive di pittori italiani avevano sempre inserito la consapevolezza dello sguardo nei loro dipinti. Questo li rendeva meno ingenui, ma anche meno rivelatori. Dal lato opposto arriv di fretta una giovane donna dai capelli rossi con un passeggino. Il semaforo pedonale divenne rosso in quel momento, ma lei, notando che quello per le auto era dello stesso colore, si arrischi ad attraversare, un attimo dopo passava correndo davanti a noi. Suo figlio, di forse un anno, con le guance paffute e la bocca piccola, si era drizzato nel passeggino e si guardava intorno un po' disorientato mentre ci passavano davanti.
Yngve lasci andare la frizione e diede gas con cautela per attraversare l'incrocio.
Siamo gi in ritardo di due minuti, dissi.
Lo so, rispose. Ma se troviamo subito un posto per parcheggiare non dovrebbe essere un problema".
Quando arrivammo sul ponte guardai il cielo sopra il mare. Era coperto, in alcuni punti cos leggero che il bianco aveva in s una sfumatura di blu, come se una pellicola semitrasparente si fosse distesa su di esso, in altri punti era pi pesante e scuro, con delle chiazze grigie i cui margini si spostavano come fumo verso il bianco. Dove c'era il sole, la coltre di nuvole era giallastra. Ma non era tanto forte, la luce sotto il cielo era comunque velata e sembrava provenire da ogni direzione. Era uno di quei giorni in cui dove niente faceva ombra, in cui tutto sembra chiuso in se stesso.
 stasera che te ne vai? chiesi.
Yngve annu.
Ah, eccone uno! esclam.
Subito dopo accost al marciapiede, spense il motore e tir il freno a mano. L'impresa di pompe funebri era sul lato opposto della strada. Avrei preferito un avvicinamento pi lento, potermi preparare a quello che ci aspettava, ma non potevo farci niente, l'unica cosa da fare era andare. Scesi, chiusi la portiera e seguii Yngve attraverso la strada. Nella sala d'attesa la signora dietro il bancone ci sorrise e disse che potevamo entrare subito. La porta era aperta. Il corpulento impresario delle pompe funebri si alz dalla sedia dietro la scrivania quando ci vide, si fece avanti e ci strinse la mano con un sorriso cordiale sulle labbra, ma non troppo caloroso, date le circostanze.
Eccoci di nuovo qui, disse. Con la mano indic le due sedie. Accomodatevi!
Grazie, risposi.
Sicuramente avete riflettuto un po' sul funerale durante il fine settimana, disse mettendosi a sedere, prese un mucchietto di fogli che stava davanti a lui e cominci a cercare.
S, lo abbiamo fatto, disse Yngve. Pensavamo a un funerale in chiesa".
Bene, comment l'impresario. Allora vi dar il numero di telefono dell'ufficio del prete. Noi ci occupiamo di tutti i dettagli pratici, ma pu essere comunque una buona idea che voi scambiate qualche parola con lui di persona. In fondo dovr fare un discorso su vostro padre e quindi sarebbe bene se voi poteste raccontargli qualcosa di lui".
Alz lo sguardo su di noi. Le pieghe del mento gli ricadevano sul colletto della camicia come la pelle di un'iguana. Annuimmo.
In fondo ci sono tanti modi di farlo, continu. Ho qui una lista con diverse alternative. Ma si tratta per esempio di cose, come se volete la musica, e in tal caso di che tipo. Alcuni vogliono musica dal vivo, altri la preferiscono registrata. Abbiamo un cantore di chiesa, di cui ci serviamo spesso, che suona anche diversi strumenti. La musica dal vivo crea un'atmosfera particolare, un senso di decoro, di dignit... Non so, avete pensato a cosa volete?
Incrociai lo sguardo di Yngve
Magari sarebbe bello, no? dissi.
Certo, conferm Yngve.
Allora facciamo cos?
Perch no?
Allora  deciso? chiese l'impresario.
Annuimmo.
Allung la mano sul tavolo e porse un foglio a Yngve.
Qui ci sono delle alternative per quanto riguarda la musica. Ma se avete delle richieste particolari oltre a queste non ci sono problemi, basta saperlo con qualche giorno di anticipo".
Mi chinai leggermente verso di lui e Yngve spost un po' il foglio di modo che potessi vederlo anch'io.
Forse Bach potrebbe andar bene, propose Yngve.
S, in fondo gli piaceva, dissi.
Per la prima volta dopo un giorno intero cominciai di nuovo a piangere. Col cazzo che avrei usato uno dei suoi dannatissimi Kleenex, cos mi fregai alcune volte gli occhi nell'incavo del gomito, inspirai profondamente e lasciai uscire lentamente l'aria. Notai che Yngve mi aveva lanciato una rapida occhiata. Era imbarazzato perch piangevo? No, non era possibile. No.
Va tutto bene, dissi. Dove eravamo rimasti?
Bach potrebbe andare bene, riprese Yngve guardando l'impresario. La sonata per violoncello per esempio". Guard me.
Sei d'accordo?
Annuii.
Allora quello, disse l'impresario. Di solito ci sono tre intermezzi musicali. E poi uno o due salmi cantati da tutti".
Incantevole  la terra, dissi Possiamo scegliere quello?
Certamente, disse.
Oooohhh. Oooohhhhh. Ooooohhhh.
Va tutto bene, Karl Ove? chiese Yngve.
Feci cenno di s con la testa.
Ci mettemmo d'accordo su due brani che avrebbe cantato il cantore della chiesa e poi su un altro salmo da cantare insieme oltre al pezzo per violoncello e a Incantevole  la terra. Decidemmo anche che nessuno avrebbe tenuto un discorso vicino alla bara e con questo avevamo finito di programmare la cerimonia, dato che gli altri elementi facevano parte della liturgia e dunque erano fissi.
Volete dei fiori? Delle corone per esempio? Molti pensano che contribuiscano a crere l'atmosfera. Ho qui delle alternative, se volete vederle...
Porse a Yngve un altro foglio. Yngve ne indic una e mi guard, io annuii.
Allora va bene, disse l'impresario. E poi c' la bara... abbiamo qui diverse foto".
Attraverso il tavolo ci arriv un altro foglio.
Bianca, dissi. Per te va bene? Questa".
S, possiamo prendere questa, disse Yngve.
L'impresario afferr il foglio e prese nota. Poi alz di nuovo lo sguardo verso di noi.
Avete chiesto di vederlo esposto oggi?
S, disse Yngve. Sarebbe meglio nel pomeriggio se pu andar bene".
Ovviamente va bene. Ma... S, sapete in quali circostanze  morto? C'era di mezzo... l'alcol?
Facemmo di s con la testa.
Bene, disse. A volte  meglio che uno sia preparato a ci che lo aspetta quando deve affrontare situazioni simili".
Rimise insieme i fogli battendoli sul tavolo.
Sfortunatamente oggi non ho la possibilit di ricevervi io. Ma ci sar il mio collega. Alla cappella della chiesa di Oddernes, sapete dov'?
Credo di s, dissi.
Alle quattro potrebbe andar bene?
S, va bene".
Allora restiamo d'accordo cos. Alle quattro alla cappella della chiesa di Oddernes. E se c' qualcosa che vi viene in mente che volete chiedermi o se doveste cambiare idea su qualcosa basta che mi telefoniate. Avete il mio numero?
S, disse Yngve.
Bene. Ah, un'ultima cosa. Desiderate mettere un necrologio sul giornale?
Lo mettiamo, no? dissi guardandoYngve.
S, disse lui. Dobbiamo metterlo".
Ma forse  meglio pensarci un po',' commentai. Decidere cosa scriverci, quali nomi metterci e cose simili...
Non c' problema, intervenne l'impresario. Potete passare di qui o telefonarmi quando avete deciso. Preferibilmente non troppo tardi, possono trascorrere alcuni giorni prima che il giornale lo pubblichi".
Posso chiamarla domani, dissi. Va bene?
Perfetto, comment prima di alzarsi con un altro foglio in mano. Qui ci sono il numero di telefono e l'indirizzo del prete. Non so chi di voi lo vuole tenere".
Posso prenderlo io, risposi.
Quando uscimmo, ci fermammo sul marciapiede accanto alla macchina, Yngve estrasse un pacchetto di sigarette che mi offr. Annuii e ne presi una. In realt il pensiero di fumare adesso mi ripugnava, come mi capitava sempre il giorno dopo che avevo bevuto, perch il fumo, non tanto il suo sapore o l'odore quanto quello che rappresentava, creava un nesso tra la giornata odierna e quella precedente, una specie di ponte emotivo su cui cominciavano a confluire tutte le immagini possibili, cos che le cose che mi circondavano, l'asfalto grigio scuro, le strutture di cemento grigio chiaro lungo i bordi del marciapiede, il cielo grigio, gli uccelli che veleggiavano sotto di esso, le finestre nere della fila di edifici, la macchina rossa che avevamo accanto, la figura di spalle di Yngve, venivano pervase da quelle interiori che mi scorrevano davanti - ma al contempo c'era qualcosa nella sensazione di distruzione e annientamento che dava la presenza del fumo nei polmoni di cui avevo bisogno, o che volevo.
In fondo  andata bene, dissi.
Ci sono comunque una serie di cose che dobbiamo sistemare, disse. O meglio, che devi sistemare tu. Come per esempio il necrologio. Ma basta che mi chiami mentre ci stai lavorando sopra cos ne parliamo".
Mmm, feci.
A proposito, hai fatto caso alla parola che ha usato? esclam Yngve. Esposto".
Sorrisi.
S, ma c' qualcosa di imprenditoriale in questo settore. Il loro lavoro  curare il pi possibile le apparenze e ricavarne il massimo dei profitti. Hai visto quanto costano le bare?
Yngve annu.
No, non si pu certo tirare i cordoni della borsa quando ci si trova l dentro, comment.
 un po' come comprare del vino al ristorante, dissi. Per chi non  un intenditore, ovviamente. Chi ha molti soldi prende il secondo pi caro della lista. Chi ne ha pochi sceglie il secondo meno caro. Mai il pi caro n quello pi a buon mercato. Sicuramente vale lo stesso principio anche per le sue bare".
A proposito, eri molto deciso l dentro, osserv Yngve. Sul fatto che doveva essere bianca, intendo dire".
Mi strinsi nelle spalle e gettai la sigaretta accesa in strada.
Purezza, spiegai. Era quello a cui stavo pensando".
Yngve fece cadere a terra la sua sigaretta prima di calpestarla, poi apr la portiera e si mise a sedere. Feci lo stesso.
Il pensiero di vederlo mi terrorizza, disse Yngve. Si allacci la cintura di sicurezza con una mano mentre con l'altra infilava la chiave nel cruscotto e la girava. E a te?
S, ma devo. Se non lo faccio, non capir mai che  veramente morto".
Lo stesso vale per me, disse Yngve, guardando nello specchietto. Poi mise la freccia e part.
Allora adesso andiamo a casa? chiesi.
Ci sarebbero quei macchinari, dissi. Il battitappeto e il tosaerba. Sarebbe bene riuscire a farlo prima che tu te ne vada".
Sai dov'?
No,  questo il problema, commentai. Gunnar ha detto che c' una ditta di noleggio a Grim, ma non ho l'indirizzo preciso".
Okay, disse Yngve. Dobbiamo trovare un elenco telefonico e poi cercare sulle pagine gialle. Sai se c' una cabina telefonica nei paraggi?
Scossi la testa.
Ma c' un benzinaio in fondo a Elvegaten, possiamo provare l".
Va bene, disse Yngve. Tanto devo fare il pieno prima di andare via stasera".
Un minuto dopo entravamo sotto la tettoia del distributore di benzina. Yngve parcheggi accanto alla pompa e mentre faceva il pieno io entrai nel negozio. C'era un telefono appeso al muro e sotto tre scomparti con degli elenchi telefonici. Dopo aver trovato l'indirizzo della ditta e averlo memorizzato andai alla cassa per comprare una busta di tabacco. L'uomo che era in fila davanti a me si volt quando arrivai.
Karl Ove? disse. Sei tu?
Lo riconobbi. Eravamo andati insieme al liceo. Ma non ricordavo pi il suo nome.
Ciao, ne  passato di tempo, risposi. Come stai?
Bene, e tu?
Ero sorpreso dal tono cordiale della sua voce. Durante il periodo della maturit avevo organizzato una festa a casa mia a cui aveva partecipato anche lui, era diventato aggressivo e aveva sfondato con un calcio la porta del bagno. Poi si era rifiutato di pagare e io non avevo potuto farci niente. Un'altra volta aveva fatto da autista per uno dei pullman degli studenti dell'ultimo anno, io ero seduto sul tetto insieme a Bjorn, mi sembra che stessimo andando al Fun Center, e all'improvviso, sulla salita dopo l'incrocio di Timenes, aveva accelerato tanto che fummo costretti a sdraiarci e ad afferrare le sbarre del portapacchi, guidava come minimo a settanta, forse ottanta all'ora e quando arrivammo a destinazione si era limitato a ridere, anche se lo stavano insultando.
Perch adesso era cos gentile?
Incrociai il suo sguardo. Il viso era forse un po' pi carnoso, per il resto aveva lo stesso aspetto di prima. Ma c'era qualcosa di rigido nei suoi lineamenti, una specie di immobilit che il sorriso invece di addolcire intensificava.
E adesso di che cosa ti occupi? chiesi.
Lavoro nel Mare del Nord".
Oh, esclamai. Allora guadagni un sacco di soldi!
S. E ho molto tempo libero dal lavoro. Quindi va bene. E tu?
Mentre parlava con me, guard il commesso e dopo aver indicato la griglia con gli hot dog, sollev un dito.
Sto ancora studiando, risposi.
Che cosa?
Letteratura".
Eh, s, ti ha sempre interessato, disse.
S. Ti capita mai di vedere Espen? E Trond? E Gisle?
Si strinse nelle spalle.
Trond abita qui in citt, quindi ogni tanto lo vedo. Espen quando torna a casa per Natale. E tu? Sei ancora in contatto con qualcuna delle vecchie conoscenze?
Solo Bassen".
Il commesso mise l'hot dog in un panino prima di avvolgerlo in un tovagliolino.
Ketchup e senape? chiese.
S, grazie, tutti e due. E poi anche la cipolla".
Cruda o fritta?
Fritta. No, cruda".
Cruda?
S".
Dopo aver ricevuto quello che aveva ordinato e mentre se ne stava con il panino in mano, si volt di nuovo verso di me.
 stato un piacere rivederti, Karl Ove, disse. Non sei cambiato per niente!
Neppure tu".
Apr la bocca, e mentre addentava l'hot dog porse al commesso una banconota da cinquanta corone. Ci fu un attimo d'imbarazzo mentre stava aspettando il resto perch ormai la nostra conversazione era finita. Abbozz un sorriso.
Eh s, disse dopo aver richiuso il pugno sulle monete che gli erano state date di resto. Prima o poi magari ci rivediamo!
Certo". Comprata la busta di tabacco, rimasi per qualche secondo davanti all'espositore dei giornali fingendomi interessato perch non volevo imbattermi di nuovo in lui l fuori quando Yngve entr per pagare. Lo fece con una banconota da mille. Distolsi lo sguardo mentre la estrava dal portafoglio, non volevo far vedere che avevo capito che si trattava dell'eredit di pap, ma borbottai qualcosa dicendo che andavo fuori, poi mi diressi verso la porta.
L'odore di benzina e asfalto, nella semioscurit sotto la tettoia di un distributore di benzina, esiste qualcosa in grado di creare pi associazioni? Motori, velocit, futuro. Ma anche hot dog e cd di Celine Dion ed Eric Clapton. Aprii la portiera e mi sedetti. Yngve arriv subito dopo, accese la macchina e ce ne andammo senza dire una parola.
Facevo su e gi per il giardino tagliando l'erba. La macchina che avevamo preso a noleggio era costituita da un aggeggio che si doveva fissare sulla schiena e da un manico con una lama rotante all'estremit. Mi sembrava di essere un robot mentre mi muovevo con indosso delle grosse cuffie gialle come se fossi legato a una macchina rumorosa e vibrante, e tagliavo in modo metodico e sistematico tutti gli alberelli, tutti i fiori e tutta l'erba che trovavo. Piansi per tutto il tempo. Venivo travolto da un'ondata dopo l'altra mentre ero l a rasare l'erba, non era pi una cosa che cercavo di contrastare, lasciavo che venisse quando voleva. Verso mezzogiorno Yngve mi chiam dalla veranda e andai in casa per mangiare con loro. Aveva messo in tavola t e panini, come faceva sempre la nonna, riscaldati sulla griglia del forno, in modo che la crosta, di solito morbida, diventasse dura e si sbriciolava quando la si addentava, ma io non avevo fame e cos tornai subito fuori per continuare l'opera. Era liberatorio stare l fuori da solo, e anche soddisfacente perch i risultati si videro subito. Le nuvole grigiastre formavano una cappa sotto il cielo chiuso e quello che accadeva in momenti simili era che l'oscurit della superfice del mare si delineava in modo pi nitido e che la citt, che sotto un cielo aperto appariva come un drappello insignificante di case, uno sputo sulla collina, acquistava pi peso e solidit. Era l che mi trovavo, era questo quello che vedevo. Per lo pi tenevo lo sguardo puntato sulla lama rotante e sui fili d'erba che cadevano come soldati decimati, pi gialli e grigi che verdi, mescolati ai fiori di colore rosso vivo delle digitali e di quelli gialli dell'echinacea, ma ogni tanto alzavo gli occhi anche verso il massiccio tetto grigio chiaro del cielo e il massiccio pavimento grigio scuro del mare, con il caos del porto con i suoi capote e scafi, alberi e prue, container e rottami arrugginiti e verso la citt che tremolava con i suoi colori e i suoi movimenti, simile a un macchinario, tutto mentre le lacrime mi rigavano le guance perch pap, che era cresciuto qui, era morto. O forse non era per quello che piangevo, forse era per tutt'altri motivi, forse era per tutta la sofferenza e l'infelicit che avevo accumulato dentro di me negli ultimi quindici anni che adesso trovavano sfogo. Non aveva importanza, niente aveva importanza, andavo soltanto su e gi per il giardino tagliando l'erba, era diventata troppo alta.
Alle tre e un quarto, dopo aver spento quell'aggeggio infernale, lo misi nel ripostiglio sotto la veranda ed entrai in casa per farmi una doccia prima di andare via. Salii in mansarda a prendere i vestiti, l'asciugamano, lo shampoo, li appoggiai sul coperchio del water, chiusi la porta a chiave, mi spogliai, scivolai nella vasca, allontanai il docciatore e aprii il rubinetto. Quando l'acqua fu calda, rimisi a suo posto il docciatore e l'acqua mi avvolse scivolandomi addosso. Di solito questo momento era accompagnato da una sensazione piacevole, ma non adesso, non l, perci, dopo essermi lavato e sciacquato velocemente i capelli, chiusi il rubinetto e uscii dalla vasca, mi asciugai e mi vestii. Mi fumai una sigaretta fuori sulle scale mentre aspettavo che Yngve scendesse. Tremavo al pensiero e quando Yngve apr la portiera, vidi sul suo viso dall'altra parte del tetto della macchina che lo stesso valeva per lui. La cappella si trovava vicino al mio vecchio liceo, dietro l'impianto sportivo, e la strada che prendemmo era la stessa che avevo percorso nei sei mesi in cui avevo abitato nell'appartamento dei nonni in Elvegaten, ma la vista di quei luoghi noti non risvegliava niente dentro di me e forse li vidi per la prima volta com'erano veramente, privi di significato, privi di atmosfera. Qui uno steccato, l una casa ottocentesca dipinta di bianco, alcuni alberi, qualche cespuglio, un po' d'erba, una strada con una sbarra per impedirne l'accesso, un'insegna. I movimenti regolari delle nuvole nel cielo. I movimenti regolari delle persone sulla terra. Il vento che sollevava i rami e faceva tremare le migliaia di foglie secondo schemi tanto imprevedibili quanto inderogabili.
Puoi entrare da qui, dissi dopo che avemmo superato il liceo. Vidi la chiesa dietro il muretto di pietra di fronte a noi.  la dentro".
Ci sono gi stato, rispose Yngve.
Oh? esclamai.
La cresima. C'eri anche tu, no?
Non mi ricordo, dissi.
Ma io s, disse Yngve prima di chinarsi leggermente in avanti per poter vedere pi in l.
 dietro a quel parcheggio l dentro?
Dovrebbe essere quella, dissi.
Siamo in anticipo, constat Yngve. Manca ancora un quarto d'ora".
Scivolai fuori dalla macchina e chiusi la portiera. Un tosaerba veniva verso di noi dall'altro lato del muretto. Lo guidava un uomo a torso nudo. Quando il macchinario pass a non pi di cinque metri da noi, vidi che lui aveva una catenina d'argento al collo con appeso qualcosa che somigliava a una lametta. A est, sopra la chiesa, il cielo si era oscurato. Yngve si accese una sigaretta e fece qualche passo nello spiazzo.
S, s, disse. Eccoci qui".
Guardai verso la cappella. Sopra la porta d'ingresso c'era una lampada accesa che quasi scompariva nella luce del giorno. Un'auto rossa era parcheggiata l accanto. Il mio cuore inizi a battere pi forte.
S, ripetei.
Su in alto nel cielo che si stagliava sopra di noi e che era ancora grigio chiaro, volteggiavano gli uccelli. Il pittore olandese Ruisdael dipingeva sempre dei volatili nei suoi cieli per rendere il senso della profondit, era quasi il suo segno di riconoscimento, o per lo meno lo avevo visto in ogni quadro del libro che avevo su di lui.
La parte sottostante degli alberi davanti a noi era quasi del tutto nera.
Che ore sono adesso? chiesi.
Yngve tese leggermente il braccio in avanti, in modo che la manica gli scivolasse all'indietro e lui potesse vedere il quadrante dell'orologio.
Mancano cinque minuti, andiamo?
Annuii.
Quando eravamo a dieci metri dalla cappella, la porta si apr. Un uomo giovane con un completo scuro ci guard. Il suo viso era abbronzato, i capelli erano chiari.
Knausgrd? chiese.
Facemmo di s con la testa.
Ci diede la mano. La pelle intorno all'ala delle narici era rossa e sembrava irritata. Gli occhi azzurri assenti.
Vogliamo entrare? sugger.
Annuimmo di nuovo. Ci trovammo inizialmente in un corridoio dove lui si ferm.
 l dentro, disse. Ma prima di entrare  meglio che vi avverta. Non sar di certo una bella visione, c'era cos tanto sangue, sapete, quindi... S, abbiamo fatto del nostro meglio, ma  ancora visibile".
Sangue?
Ci guard.
Mi sentii gelare.
Siete pronti?
S, rispose Yngve.
Apr la porta e lo seguimmo in una stanza pi grande. Pap era disteso su una barella al centro. I suoi occhi erano chiusi, i lineamenti del volto morbidi.
Oh dio.
Mi misi accanto a Yngve, proprio davanti a lui. Le sue guance erano rossicce, come gonfie di sangue. Doveva essergli rimasto dentro i pori della pelle quando avevano tentato di ripulirlo. E il naso, quello era rotto. Ma anche se vedevo quelle cose, era comunque come se non le vedessi perch tutti i dettagli della sua persona scomparivano davanti a qualcosa di pi grande, sia quello che emanava da lui, che era la morte, a cui non mi ero mai trovato vicino prima d'ora, sia quello che lui era per me, un padre e tutto ci che di vivo rimaneva in questo.
*
Solo mentre tornavo a casa dalla nonna dopo aver visto Yngve partire per Stavanger, ripensai a quella questione del sangue. Come era finito l? La nonna aveva detto che lo aveva trovato morto sulla poltrona e in base a quell'informazione era ragionevole pensare che il cuore avesse cessato di battere mentre lui era l seduto, probabilmente mentre dormiva. L'impresario delle pompe funebri, invece, aveva riferito che non solo c'era del sangue ma che ce n'era tanto. E il naso era rotto. Dunque doveva esserci stata una qualche forma di lotta per la sopravvivenza? Si era alzato e in preda al dolore era caduto contro il camino? Per terra? Ma se fosse stato cos, perch non c'era sangue n sulla parete del camino n sul pavimento? E come mai la nonna non aveva detto nulla del sangue? Perch qualcosa doveva essere successo, non poteva essere morto in modo cos pacifico e tranquillo, non con tutto quel sangue. La nonna lo aveva forse pulito e poi se ne era dimenticata? Perch avrebbe dovuto? Non aveva lavato n nascosto nient'altro, sembrava che in lei quel bisogno non esistesse. Altrettanto strano era che io me lo fossi dimenticato cos in fretta. O forse non cos strano, c'erano state cos tante cose a cui pensare. Comunque dovevo telefonare subito a Yngve non appena tornato a casa dalla nonna. Dovevamo metterci in contatto con il medico che era venuto a prenderlo. Avrebbe potuto spiegarci cosa era successo.
Camminavo pi veloce che potevo su per quella lieve salita, lungo la rete verde di un recinto che aveva all'interno una fitta siepe come se dovessi arrivare il prima possibile mentre dentro di me si agitava anche un impulso opposto, quello di prolungare il pi possibile il tempo che avevo per stare da solo, magari trovare addirittura un caff dove leggere un giornale o altro. Perch una cosa era essere dalla nonna con Yngve, un'altra era essere l da solo. Yngve sapeva come prenderla. Ma quel loro tono leggero e scherzoso, a cui ricorrevano sempre anche Erling e Gunnar, non aveva mai fatto parte della mia natura, e in quell'anno del liceo in cui avevo passato molto tempo da loro, dal momento che vivevo cos vicino, sembrava che a loro il mio modo di essere apparisse fastidioso, come se avessi in me qualcosa con cui non volevano avere niente a che fare, impressione che in un certo senso fu confermata qualche mese pi tardi una sera in cui la mamma mi raccont che la nonna le aveva telefonato e le aveva detto che non dovevo andare da loro cos sovente. La maggior parte dei rifiuti potevo sopportarli, ma quello no, erano i miei nonni e anche se non ne volevamo sapere di me mi sconvolse cos tanto che non riuscii a controllarmi, ma cominciai a piangere, proprio davanti alla mamma. Lei da parte sua era infuriata, ma in fondo cosa poteva fare? Mentre all'epoca non capivo niente di tutto questo e avevo pensato molto semplicemente che a loro non piacevo, pi tardi avevo compreso in cosa potesse consistere il loro fastidio. Io non ero in grado di fingere, non ero in grado di entrare nel ruolo, e la seriet da liceale che assumevo in casa alla lunga era diventata impossibile da ignorare, prima o poi dovettero abituarvisi, e lo squilibrio che ne nacque, visto che da parte mia non ero costretto ad adattarmi al loro modo di parlare, era quello che doveva aver fatto s che alla fine telefonassero a mia madre. La mia presenza richiedeva sempre qualcosa da parte loro o di concreto, come il cibo, perch se andavo da loro dopo la scuola, prima degli allenamenti, non sarei certo arrivato fino alle otto o alle nove di sera senza mangiare, oppure i soldi, perch soltanto gli autobus pomeridiani erano gratuiti per gli studenti e non sempre potevo pagarmi il biglietto da solo. Non avevano nulla in contrario a darmi l'uno e l'altro, il cibo e i soldi, ma ci che li provocava era probabilmente il fatto che io ne avevo bisogno e che loro non avevano nessuna scelta: il cibo e i soldi per l'autobus non erano pi dei doni elargiti liberamente, ma qualcosa di diverso, e quel qualcosa di diverso influenz il nostro rapporto, cre tra noi dei legami che loro non volevano. Allora non lo comprendevo, ma lo capisco adesso. Il mio modo di essere, il modo in cui mi avvicinavo a loro con la mia vita, i miei pensieri, faceva pi o meno parte dello stesso problema. Non potevano darmi neppure quel senso di vicinanza, e probabilmente nemmeno lo volevano, anch'esso era qualcosa che mi prendevo. La cosa ironica era che durante tutte quelle visite pensavo sempre a loro, dicevo sempre quello che credevo volessero sentire, confidavo loro persino le cose pi intime perch pensavo che fossero contenti di sentirle, non perch avessi bisogno di dirle. Ma la cosa peggiore di tutto questo, pensavo mentre camminavo lungo il viale in direzione di Lund, accanto alla fila pomeridiana di auto in coda, davanti ai filari di alberi dai rami anneriti dalla polvere dell'asfalto e dalle esalazioni delle macchine, cos pesanti e simili alla pietra se paragonati alla quantit di foglie verdi e leggere che formavano le chiome pi in alto, era che all'epoca mi consideravo in realt un conoscitore dell'animo umano. Allora mi ero illuso che questo fosse quello che sapevo fare, che questo fosse quello in cui ero bravo. Capire gli altri. Mentre io stesso restavo un mistero.
Oh, che stupido!
Scoppiai a ridere. Subito alzai lo sguardo per controllare se qualcuno di coloro che sedevano nelle macchine l accanto mi avesse visto. Ma no. Ognuno era assorto nei propri pensieri.
Pu darsi che nell'arco di dodici anni fossi diventato pi saggio, ma non avevo ancora imparato a fingere. N a mentire n a recitare. Per questo ero stato contento di lasciare che fosse Yngve a gestirsi la nonna. Ma adesso toccava a me. Mi fermai e accesi una sigaretta. Quando ripresi a camminare mi sentivo per qualche motivo pi sollevato. Era per via delle facciate degli edifici originariamente bianche ma annerite dallo smog alla mia sinistra? O era per via degli alberi del viale? Queste creature immobili, vestite delle loro chiome, immerse nell'aria con la loro infinit di foglie? Perch mi sentivo sempre colmare di gioia non appena li vedevo?
Inspirai molto profondamente prima di far cadere la cenere argentea della sigaretta con la punta delle dita mentre camminavo. Quei ricordi legati all'ambiente circostante che non avevo assorbito mentre mi recavo alla cappella con Yngve mi assalirono in quel momento con tutta la loro forza. Risalivano a due periodi diversi: il primo quando da bambino mi recavo qui a Kristiansand in visita dai nonni e ogni minimo particolare della citt mi sembrava favoloso, il secondo dopo averci vissuto da adolescente. Adesso erano trascorsi alcuni anni dall'ultima volta che ero stato qui e fin dal mio arrivo avevo notato che il flusso di impressioni che questo posto mi trasmetteva, connesse in parte a uno di quei mondi di ricordi, in parte all'altro, era caratterizzato da tre periodi distinti in contemporanea.
Vedevo la farmacia e mi ricordavo di quando io e Yngve c'eravamo stati con la nonna: i cumuli di neve ammassata fuori erano alti, nevicava, lei indossava il cappotto e il cappello di pelliccia, era in fila davanti al bancone dietro cui i farmacisti andavano avanti e indietro nei loro camici bianchi. Ogni tanto lei girava la testa per vedere che cosa stavamo facendo. Dopo i primi attimi di ricerca, in cui il suo sguardo era, se non freddo, almeno neutro, sorrideva e i suoi occhi si riempivano di calore, come per incanto. Vedevo la strada che saliva verso il ponte di Lundsbroa e mi ricordavo che di solito il nonno arrivava da l in bicicletta nel pomeriggio. Quanto sembrava diverso quando era all'aperto. Come se il lieve tentennamento provocato dalla salita non riguardasse solo la bicicletta su cui era seduto, ma anche quello che lui era: per un istante un anziano qualunque di Kristiansand con indosso un impermeabile e il sixpence, l'attimo dopo il nonno. Vedevo i tetti delle case del quartiere residenziale che si estendeva lungo la strada sottostante e mi ricordavo di come a sedici anni mi capitasse di attraversarlo, colmo, fino quasi a scoppiare, di sensazioni. Quando tutto quello che vedevo, persino lo stendino arrugginito e storto sul retro di un giardino, persino le mele marce ai piedi di un albero, persino una barca avvolta in un telo incerato, con i supporti bagnati che sporgevano e l'erba sottostante gialla e appiattita, ardeva di bellezza. Vedevo il pendio erboso dietro gli edifici sull'altro lato e ricordavo una giornata azzurra e fredda d'inverno in cui ero stato l con lo slittino insieme alla nonna. Il riflesso dei raggi di sole sulla neve era talmente scintillante che la luce somigliava a quella che c' in alta montagna mentre la citt sotto di noi appariva per questo cos straordinariamente aperta che ci che accadeva, le persone e le auto che passavano per le strade sotto di noi, l'uomo che spalava il vialetto davanti ai locali che venivano usati per feste e ricevimenti e che si trovava sull'altro lato della strada, gli altri bambini che scendevano con lo slittino, tutto questo sembrava non essere ancorato a nessun luogo, ma si librava sotto il cielo. Tutto questo riviveva dentro di me mentre scendevo lungo la strada, l'ambiente circostante mi faceva rivedere e pensare a tutte queste cose, ma solo in superficie, solo nello strato pi esterno della coscienza, perch pap era morto e il dolore che questo aveva scatenato in me si estendeva a tutto ci che pensavo e sentivo, come richiamandolo indietro. Lui esisteva anche in quei pensieri, ma stranamente in essi non era importante, in quel caso l'idea di lui non suscitava niente dentro di me. Pap che camminava sul marciapiede qualche metro davanti a me una volta agli inizi degli anni settanta, eravamo stati al chiosco a comprare un curapipe e stavamo andando a casa dei suoi genitori, il modo in cui sollevava il mento e sembrava gettare all'indietro la testa mentre sorrideva tra s, la felicit che ne provavo, oppure pap in banca, il modo con cui teneva il portafoglio con una mano mentre si passava l'altra tra i capelli e guardava il riflesso della sua immagine sul vetro davanti alla cassa, o pap al volante mentre usciva dalla citt, in nessuno di quei ricordi io lo percepivo come una persona importante. O meglio, allora lo sentivo come tale quando li vivevo, ma non adesso mentre ci riflettevo. Il pensiero che fosse morto mi spingeva a pensare diversamente. In questo pensiero lui era tutto, ovviamente, ma anche il pensiero era tutto perch mentre camminavo sotto quella pioggerellina leggera era come se mi trovassi all'interno di una zona delimitata. Quello che stava al di fuori non aveva nessun significato. Vedevo, pensavo, ma poi quello che vedevo e pensavo veniva tirato indietro, ritirato: non aveva valore. Niente aveva valore. Solo pap, il fatto che lui fosse morto, aveva un valore. Mentre camminavo, anche la busta marrone che conteneva gli effetti personali che aveva indosso quando era deceduto occupava tutto il tempo i miei pensieri. Davanti alla drogheria sul lato opposto della strada rispetto alla farmacia mi fermai, mi voltai verso il muro e la tirai fuori. Guardai il nome di mio padre. Sembrava sconosciuto. Mi ero aspettato Knausgrd. Ma in fin dei conti era corretto, quel nome ridicolo e pomposo era quello che aveva da morto.
Una donna anziana con la borsa della spesa con le ruote in una mano e nell'altra un cagnolino bianco mi guard mentre usciva dalla porta di casa. Mi avvicinai di qualche passo al muro e scossi la busta per farne cadere il contenuto in una mano. Il suo anello, una collanina, qualche moneta, uno spillo. Era tutto. Oggetti in s del tutto comuni. Ma il fatto che li avesse indossati, che l'anello fosse stato al suo dito, la collana al suo collo, quando era morto, conferiva loro un'aura particolare. Morte e oro. Li rigirai nella mano uno alla volta e mi riempirono di disagio. Avvertii la paura della morte allo stesso modo in cui la percepivo da bambino. Non la paura che io stesso potessi morire, ma la paura dei morti.
Rimisi gli oggetti nella busta, la infilai nuovamente in tasca, attraversai di corsa la strada tra due macchine che passavano, entrai nel chiosco e comprai un giornale e un Lion che mangiai mentre percorrevo gli ultimi duecento metri diretto verso casa.
Anche dopo tutto quello che era accaduto l dentro, aleggiava nell'aria una reminiscenza dell'odore che ricordavo dall'infanzia, ancora. Gi allora riflettevo su quel fenomeno, su come ogni casa in cui ero stato, tutte le case dei vicini e della nostra famiglia, avesse il suo odore caratteristico, che non cambiava mai. Tutte, eccetto la nostra casa. Quella non ne possedeva uno suo. Non sapeva di niente. Le volte che il nonno e la nonna venivano a farci visita portavano quello della loro casa: ricordo in particolare la volta in cui la nonna era venuta a trovarci senza avvertire, io non ne sapevo niente, e quando tornai a casa da scuola e sentii quell'odore nell'ingresso, credetti che fosse la mia immaginazione perch non c'era nessun altro segno della sua presenza. Nessuna macchina nel vialetto, nessun vestito o scarpe nell'ingresso. Solo l'odore. Ma non era frutto della mia fantasia: quando arrivai di sopra, la nonna era seduta completamente vestita in cucina, aveva preso l'autobus e voleva farci una sorpresa, gesto del tutto insolito da parte sua. Che l'odore della casa potesse essere lo stesso adesso, vent'anni pi tardi, dopo che l dentro erano cambiate tante cose, era strano. Si poteva pensare che avesse a che fare con le abitudini, con il fatto che si usavano gli stessi saponi, gli stessi detersivi, gli stessi profumi e lo stesso dopobarba, si preparavano le stesse cose da mangiare allo stesso modo, si tornava sempre dallo stesso lavoro e il pomeriggio e la sera si facevano sempre le stesse cose: se si accendeva il motore di una macchina, allora nel suo odore c'erano elementi di olio e di paraffina, di metallo e di gas di scarico, se si collezionavano vecchi libri, allora in esso c'erano note di carta ingiallita e di pelle invecchiata. Ma in una casa in cui tutte le abitudini precedenti erano state interrotte, in cui le persone erano morte e coloro che restavano erano troppo vecchi per fare quello che un tempo facevano di solito, come poteva l'odore di queste case rimanere immutato? Quarant'anni di vita impressi nei muri, era questo che sentivo ogni volta che entravo?
Invece di andare subito su da lei, aprii la porta dello scantinato e feci qualche passo gi per quelle scale strette. L'aria fredda e scura che mi circondava sembrava un concentrato di quella presente nelle altre parti della casa, proprio come mi ricordavo. Era l sotto che in autunno mettevano le cassette con le mele, le pere e le susine e, insieme al sentore di terra e di muri vecchi, i loro odori ne costituivano uno di sottofondo a cui tutti gli altri si piegavano e facevano da contrasto. Ero stato l sotto non pi di tre o quattro volte: era una zona vietata a noi, cos come le stanze in soffitta. Ma quante volte ero rimasto nell'ingresso a vedere la nonna che saliva da l con borse piene di susine gialle e succose o di mele rosse, appena raggrinzite e straordinariamente gustose?
L'unica luce veniva da una piccola apertura sul muro che ricordava quella di una nave. Da l si poteva vedere direttamente il giardino, dato che era pi basso dell'ingresso della casa. Questa prospettiva confondeva, il senso dello spazio e delle sue relazioni veniva come annullato, per un breve attimo mi sembr che il suolo scomparisse sotto i miei piedi. Poi nello stesso istante in cui mi aggrappai alla ringhiera con la mano tutto mi ridivenne chiaro: ero qui, l c'era la finestra, l c'era il giardino e qui la porta d'ingresso.
Rimasi per un po' a guardare fuori dalla finestra, senza che i miei pensieri si soffermassero su qualcosa in particolare. Poi mi voltai e salii nell'ingresso, appesi la giacca a una delle grucce del guardaroba, gettai un'occhiata alla mia immagine riflessa nello specchio appeso alla parete accanto alle scale. Una specie di pellicola opaca velava i miei occhi. Quando salii le scale, lo feci con passi pesanti, in modo che la nonna potesse sentire che stavo arrivando. Era seduta come quando l'avevo lasciata qualche ora prima, al tavolo della cucina. Davanti a s aveva una tazza di caff, un posacenere e un piattino, pieno delle briciole del panino che aveva mangiato. Quando entrai dalla porta sollev lo sguardo verso di me, con il suo modo di fare svelto che ricordava quello di un uccello.
Ah, eri tu, disse.  andata bene?
Probabilmente aveva dimenticato dove ero stato, ma non ne ero sicuro e risposi con voce seria come richiedeva la situazione.
S, risposi.  andata bene".
Bene, disse e si volt di nuovo. Feci qualche passo dentro la stanza, posai sul tavolo il giornale che avevo comprato.
Non vuoi un po' di caff? chiese.
S, volentieri, risposi.
Il bollitore  sul fornello".
Qualcosa nel suo tono di voce mi spinse a voltarmi e a guardarla. Non mi aveva mai parlato cos prima d'ora. La cosa strana era che questo non cambiava tanto lei, ma piuttosto me. Cos doveva aver parlato con pap negli ultimi tempi. Era a lui, non a me, che si era rivolta. E non si sarebbe rivolta cos a pap se il nonno fosse stato in vita. Quello era il tono tra madre e figlio quando non c'era nessun altro. Non credevo che mi avesse scambiato per mio padre, solo che avesse parlato per abitudine, cos come una nave continua a navigare anche dopo che il motore  stato spento. Tuttavia la cosa mi fece gelare dentro. Ma non potevo farmi condizionare da questo, quindi presi una tazza dalla credenza, andai verso i fornelli, toccai il bollitore con un dito. Ormai era freddo da molto tempo. La nonna fischiettava leggermente e tamburellava con le dita sul tavolo. Lo aveva sempre fatto da quando riuscivo a ricordare. Faceva piacere vedere quel gesto, perch per il resto in lei erano cambiate cos tante cose.
Avevo visto le sue foto dei primi anni trenta, era bella, non in un modo che colpiva, ma abbastanza da renderla attraente, alla maniera tipica dell'epoca: occhi scuri e drammatici, bocca piccola, capelli corti. Quando, come madre ormai matura di tre figli, era stata fotografata verso la fine degli anni cinquanta davanti ai vari monumenti nel corso dei loro viaggi, tutto quello che l'aveva resa attraente continuava a essere presente, anche se in modo pi pacato, meno nitido, ma comunque chiaro, e si poteva ancora usare la parola bella per descriverla. Quando ero piccolo lei era sulla settantina, ovviamente non notavo cose del genere, lei era solo la nonna, quello che aveva di personale, cio quello che diceva qualcosa di chi era lei, non lo conoscevo. Un'anziana signora borghese ben tenuta e ben vestita, questa doveva essere l'impressione che dava allora, alla fine degli anni settanta, quando aveva fatto un gesto cos insolito come prendere l'autobus per venire da noi e per ritrovarsi all'improvviso seduta nella nostra cucina di Tybakken. Vitale, presente, in buona salute. Fino a un paio di anni prima era stata cos. Poi qualcosa era cambiato in lei e non era l'et che l'aveva stretta nella sua morsa, e neppure la malattia: era qualcos'altro. Il suo essere assente non aveva in s nulla del dolce allontanamento dal mondo o del senso di saziet dei vecchi, era duro e magro come il corpo in cui aveva preso dimora. Lo vedevo, ma non potevo farci nulla, non potevo rimediare, non potevo aiutarla o consolarla, potevo solo stare a guardare e questo mi caricava di tensione ogni minuto che trascorrevo con lei. L'unica cosa che mi aiutava era mantenermi in movimento, non lasciare che niente di quello che si trovava nella casa o in lei trovasse in me un appiglio.
Tolse con la mano un granello di tabacco dal labbro. Poi mi guard.
Ne preparo anche per te? chiesi.
C'era qualcosa che non andava nel caff?
Non era molto caldo, dissi e andai verso il lavello con il bollitore. Ne preparo dell'altro".
Non era molto caldo, dici".
Mi stava rimproverando?
No, perch poi rise e si tolse una briciola dal grembo.
Devo aver cominciato a rimbambire un po', disse. Ero sicura di averlo appena preparato".
Non era poi cos freddo, dissi aprendo il rubinetto.  solo che a me il caff piace bollente".
Sciacquai i fondi e lasciai che il getto d'acqua schizzasse sul fondo del lavello finch tutto non fu scomparso nello scarico. Poi riempii di acqua pulita il bollitore, che dentro era quasi tutto nero e fuori era coperto dall'unto delle dita.
Rimbambire era l'eufemismo per la demenza senile nella nostra famiglia. Il fratello del nonno, Leif, aveva dato segni di essere rimbambito quando era andato pi di una volta dall'ospizio alla sua casa d'infanzia dove aveva vissuto per sessant'anni e aveva gridato e bussato alla porta di sera e di notte. Anche l'altro dei suoi fratelli, Alf, aveva cominciato a rimbambire negli ultimi anni per lui significava nella fattispecie che passato e presente si mescolavano. E anche il nonno era un po' rimbambito quando negli ultimi tempi della sua vita si alzava e giocherellava con un enorme mazzo di chiavi che nessuno sapeva che possedesse, n perch. Era una cosa tipica della famiglia: la loro madre era parecchio rimbambita alla fine, se si deve credere a quello che raccontava mio padre. A quanto pare l'ultima che aveva combinato era stato arrampicarsi in soffitta invece di andare in cantina quando era suonata una sirena: secondo i racconti di mio padre era caduta dalle ripide scale della soffitta ed era morta. Chiss se era vero: mio padre era capace di mentire su tutto. Il mio intuito mi diceva che non era vero ma non c'era modo di verificarlo. Riportai il bollitore dove c'erano i fornelli e lo misi su una piastra. Il ticchettio del dispositivo di sicurezza invase la cucina. Subito dopo il fondo umido del bollitore cominci a crepitare. A braccia conserte rimasi a guardare la cima dell'altura che scoscesa si stagliava fuori della finestra, la casa bianca che troneggiava lass. Mi venne da pensare che guardavo quella abitazione da una vita senza avervi mai visto anima viva n all'interno n intorno.
Ma Yngve che fine ha fatto? chiese la nonna.
Doveva andare a Stavanger oggi, dissi voltandomi verso di lei. Dalla sua famiglia. E poi torner per il f... per venerd".
Ah, s, giusto, disse annuendo tra s. Doveva andare a Stavanger".
Mentre prendeva la busta del tabacco e la macchinetta per rollare rossa e nera, disse senza sollevare lo sguardo: Ma tu resti qui?.
S, rester qui per tutto il tempo".
Il fatto che voleva che restassi l mi rallegr anche se capivo che non ero io in particolare quello che voleva, solo qualcuno. Premette la leva della macchinetta con forza incredibile, prese il tubetto che aveva appena riempito e l'accese, poi si scosse delle altre briciole dal grembo e rimase seduta a fissare nel vuoto.
Pensavo di continuare a pulire, dissi. E poi pi tardi durante la serata dovr lavorare un po' e fare delle telefonate".
Va bene, disse lei. Sollev lo sguardo verso di me. Ma di certo non sei cos indaffarato da non poterti sedere qui per un po'?
No, certo, certo, risposi.
Un sibilo si lev dal bollitore. Lo premetti con pi forza sulla piastra, il rumore si fece pi intenso e poi, dopo averlo tolto, ci gettai una manciata di caff, lo girai con una forchetta, lo battei sulla piastra, lo appoggiai sul posapentole sopra il tavolo.
Ecco fatto, dissi. Ora deve solo riposare".
Le impronte delle dita sul bollitore che non avevamo lavato via dovevano essere anche quelle di pap. Rividi davanti a me i bordi di nicotina sulle sue dita. C'era qualcosa di poco dignitoso in questo. Nel fatto che la vita banale di cui ci era testimonianza non si accordasse con la solennit con cui arrivava la morte. O con cui io volevo che arrivasse. La nonna sospir.
Eh, s, disse. La vita  una botta disse la vecchia che non riusciva a pronunciare la elle".
Sorrisi. Anche la nonna lo fece. Poi il suo sguardo ritorn assente. Cercavo tra i miei pensieri qualcosa di cui parlare, non trovai niente, versai il caff nelle tazze nonostante fosse pi dorato che nero, dei granellini di polvere di caff fluttuarono verso la superficie.
Ne vuoi? chiesi. Non  molto forte, ma...
S, volentieri, disse lei, spingendo la tazza in avanti di qualche centimetro.
Grazie, disse quando la tazza fu piena per met. Prese la confezione gialla di cartone della panna e ne vers un po'.
Ma Yngve che fine ha fatto? chiese.
 andato a Stavanger, dissi. A casa sua, dalla sua famiglia".
Ah, gi,  vero. Doveva andare, s. Quando torna?
Venerd, credo, risposi.
Sciacquai il secchio nel lavello, ci misi dell'acqua pulita, ci versai il sapone verde, mi infilai i guanti, con una mano afferrai lo straccio che era sul bancone, con l'altra sollevai il secchio e andai nel soggiorno. Fuori aveva appena cominciato a imbrunire. Si intravedeva un debole bagliore azzurro nella luce in prossimit della collina, intorno alle chiome degli alberi, ai loro tronchi, sui cespugli vicino al recinto che delimitava la propriet del vicino. Era cos tenue che i colori non si smorzavano gradualmente, come succede normalmente verso sera, ma piuttosto si intensificavano, perch la luce non era pi abbagliante e quel tono fievole dava alla loro pienezza una specie di sfondo su cui risaltare. Ma in lontananza, a sud-ovest, dove si riusciva appena a scorgere il faro nel punto in cui si apriva il mare, la luce del giorno regnava ancora incontrastata. Laggi alcune nuvole ardevano rosse, come di forza propria, perch il sole era nascosto. Dopo un po' arriv la nonna. Accese il televisore e si sistem sulla poltrona. Il suono della pubblicit che era sempre pi alto di quello dei programmi non solo invase il soggiorno, ma rimbomb anche sulle pareti.
C' il telegiornale adesso? chiesi.
Certo, disse. Lo guardi anche tu?
S, risposi. Devo solo prima finire qui".
Dopo aver pulito tutto il pannello di legno che copriva una delle pareti, strizzai lo straccio e andai in cucina, dove adesso il riflesso della mia figura era appena visibile sulla finestra, sotto forma di vaghe chiazze, in alcuni punti pi scure, in altre pi chiare. Rovesciai l'acqua nel lavello, appoggiai lo straccio sul secchio, rimasi per un attimo immobile, poi aprii l'armadietto, spinsi da una parte i rotoli di carta da cucina e tirai fuori la bottiglia della vodka. Presi due bicchieri dal mobiletto sopra il lavello, aprii il frigorifero e presi la bottiglia della Sprite e con quella riempii un bicchiere intero, mescolai l'altro con la vodka e li portai entrambi in soggiorno.
Pensavo che ci potevamo concedere un piccolo drink, dissi sorridendo.
Che pensiero carino, disse sorridendomi a sua volta. Certo che possiamo".
Le porsi il bicchiere, quello con la vodka, per me presi quello con la Sprite e mi sedetti sulla poltrona l accanto. Terribile, era terribile. Mi distruggeva. Ma non potevo farci niente. Ne aveva bisogno. Era cos.
Se per lo meno ci fossero stati del cognac o del porto!
Allora avrei potuto servirli su un vassoio insieme con una tazza di caff e sarebbe sembrato, se non del tutto normale, per lo meno non cos palese come quel drink limpido e trasparente a base di vodka e Sprite.
Vidi come apriva la sua bocca di vecchia e ingoiava il drink. Avevo deciso che non doveva accadere un'altra volta. Ma ora eccola di nuovo qui con un bicchiere di alcol in mano. Mi dilaniava come se avessi conficcato un coltello nel cuore. Per fortuna non ne chiese altro.
Mi alzai.
Vado a fare qualche telefonata, dissi.
Gir la testa verso di me.
A chi telefoni a quest'ora? chiese.
Sembrava di nuovo che si stesse rivolgendo a qualcun altro.
Sono solo le otto, dissi.
Solo?
S, pensavo di telefonare a Yngve. E poi a Tonje".
A Yngve?
S".
Non  qui allora? No, ovviamente no, disse. Poi rivolse di nuovo l'attenzione alla televisione, come se gi avessi lasciato la stanza.
Presi una sedia dal tavolo della cucina, mi sedetti e feci il numero di Yngve. Era appena entrato in casa, tutto era andato bene. In sottofondo sentii Torje che urlava e Kari Anne che cercava di zittirlo.
Pensavo alla faccenda del sangue, dissi.
Gi, cos'era? chiese. Deve essere successo pi di quello che la nonna ha raccontato".
Deve essere caduto o qualcosa del genere, spiegai. Contro qualcosa di duro, perch il naso era rotto, hai visto?
Vero".
Dobbiamo parlare con qualcuno di coloro che sono stati qui. Con il medico".
L'impresa di pompe funebri ha sicuramente il nome, disse Yngve. Vuoi che gli telefoni io?
S, puoi farlo?
Telefono domani. Ora  un po' tardi. E poi ne parliamo".
Avevo pensato di parlare un po' di quello che era successo qui, ma avvertii una certa impazienza nella sua voce, niente di strano, la figlia, Ylva, aveva due anni e lo aspettava di sopra. E in fondo non ci eravamo visti che poche ore prima. Ma non dava segno di voler chiudere la conversazione, dunque dovetti farlo io. Quando ebbi riattaccato, feci il numero di Tonje. Stava aspettando la mia chiamata, lo sentivo dalla sua voce. Le dissi che ero molto stanco, e che avremmo potuto parlare di pi l'indomani e che in fondo lei sarebbe venuta solo pochi giorni pi tardi. La conversazione dur solo qualche minuto, ma dopo mi sentii comunque molto meglio. Presi le sigarette e un accendino dal tavolo della cucina e andai fuori sulla veranda. Anche quella sera l'insenatura era piena di barche che rientravano. L'aria mite era satura del profumo di legname, caratteristico della citt, come avviene sempre quando tira vento da nord, del profumo della vegetazione del giardino sotto di me e di un leggero, appena percettibile, sentore di mare. Nella stanza la luce della televisione tremolava. Mi misi a fumare davanti alla ringhiera nera di ferro battuto che delimitava la veranda, quando ebbi finito schiacciai la sigaretta contro la parte esterna del muro e le scintille di cenere caddero come piccole stelle nel giardino. Dopo essere rientrato controllai prima di tutto che la nonna fosse seduta in soggiorno, prima di salire le scale e andare nella camera in soffitta. La valigia era aperta accanto al letto. Presi il pacco di cartone che conteneva il manoscritto, mi sedetti sul bordo del letto e strappai via il nastro adesivo. Il pensiero che era diventato un libro che sarebbe stato pubblicato mi colp con tutta la sua forza quando vidi l'intestazione sistemata in modo cos diverso nella revisione da quello che mi aspettavo. La misi subito sotto gli altri fogli, non potevo stare l seduto a pensarci, presi una matita dalla tasca della valigia, presi il foglio con il riepilogo delle correzioni, cambiai posizione nel letto, mi misi con la schiena contro la testiera e poggiai il manoscritto in grembo. Dovevo fare in fretta, quindi avevo programmato di rivedere pi che potevo mentre ero qui la sera. Fino a ora non c'era stato tempo. Ma visto che Yngve era a Stavanger e non erano pi delle otto, avevo almeno quattro ore di lavoro davanti a me, se non di pi. Iniziai a leggere.
I due vestiti neri che erano appesi alle ante semiaperte dell'armadio incassato nel muro davanti al letto disturbavano la mia concentrazione, perch continuai a percepire la loro presenza per tutto il tempo in cui rimasi l a leggere e, anche se sapevo che erano soltanto due vestiti, l'idea che fossero dei veri corpi gettava delle ombre sulla mia coscienza. Dopo qualche minuto mi alzai per toglierli. Mi guardai intorno con i vestiti in mano in cerca di un posto dove appenderli. All'asta della tenda sopra la finestra? L sarebbero stati ancora pi visibili. Allo stipite della porta? No, l sotto ci dovevo passare. Alla fine uscii dalla camera e andai nella stanza della soffitta l accanto, quella usata per asciugare i panni, e li appesi a due cordicelle. L avevano ancora pi di prima l'aspetto di due figure mentre penzolavano liberi, ma se chiudevo la porta sarebbero rimasti almeno fuori dalla mia visuale.
Quando rientrai in camera, mi sedetti sul letto e continuai. Gi in strada, in lontananza, un'auto acceler. Dal piano di sotto risuonavano le voci del televisore. Nella casa altrimenti vuota e silenziosa, quei suoni sembravano quasi una follia, una pazzia che aleggiava in quelle stanze.
Avevo scritto quel libro per pap. Non lo sapevo, ma era cos. Avevo scritto per lui.
Posai il manoscritto e mi alzai, andai alla finestra.
Lui significava cos tanto per me?
Oh s, significava tanto.
Avrei voluto che mi potesse vedere.
La prima volta che avevo capito che quello che scrivevo era davvero qualcosa e non solo un qualcosa che volevo diventasse qualcosa, o fingeva di essere qualcosa, fu quando scrissi un passo su pap e mentre scrivevo iniziai a piangere. Non lo avevo mai fatto prima, non ci ero nemmeno andato vicino. Scrivevo di pap e le lacrime mi rigavano le guance, riuscivo a malapena a vedere la tastiera e lo schermo, digitavo e basta. Non sapevo dell'esistenza di quel dolore che in quel momento aveva trovato sfogo dentro di me, non sapevo che ci fosse. Mio padre era un idiota, uno con cui non volevo avere niente a che fare e non mi costava niente tenermi alla larga da lui. La questione non era tenerlo a distanza, la questione era che lui non esisteva, niente di lui mi riguardava.
Cos era stato, ma poi mi ero messo a scrivere e le lacrime erano sgorgate inarrestabili. Mi sedetti di nuovo sul letto con il manoscritto in grembo. Ma c'era di pi. Avevo voluto dimostrare che ero migliore di lui. Che ero pi grande di lui. Oppure volevo solo che fosse orgoglioso di me? Che riconoscesse i miei meriti?
Non sapeva nemmeno che stavo per pubblicare un libro. L'ultima volta che lo avevo incontrato, prima che morisse, sei mesi fa, mi aveva ovviamente chiesto che cosa stavo facendo e io avevo risposto che avevo appena iniziato a scrivere un romanzo. Camminavamo lungo Dronninges gate, dovevamo andare a cena fuori, il sudore gli colava dalla fronte nonostante che fuori facesse freddo e mi chiese, senza guardarmi, tanto per fare conversazione, se ne sarebbe venuto fuori qualcosa. Avevo annuito e gli avevo detto che un editore era interessato. Allora mi aveva lanciato un'occhiata mentre camminavamo, come da un luogo dove era ancora quello che era stato un tempo e che forse avrebbe potuto essere di nuovo.
 bello che le cose ti vanno bene, Karl Ove, aveva detto.
Perch me lo ricordavo cos bene? Di solito dimenticavo quasi tutto quello che le persone mi dicevano, non importa quanto fossero importanti, e in quella situazione non c'era niente che potesse farmi capire che era una delle ultime volte che stavo con lui. Forse me ne ricordavo perch aveva usato il mio nome, dovevano essere passati quattro anni da quando glielo avevo sentito pronunciare l'ultima volta e quello che aveva detto era diventato cos importante, cos inaspettatamente intimo proprio per questo motivo. Forse me ne ricordavo perch avevo scritto di lui solo pochi giorni prima, con sentimenti del tutto opposti a quelli che aveva suscitato in me in quel momento mostrandosi gentile. O forse me ne ricordavo perch odiavo l'ascendente che aveva su di me, che diventava palese quando gioivo per cos poco. Per niente al mondo volevo fare qualcosa per causa sua, essere trascinato verso qualcosa per lui, in senso sia negativo che positivo.
Ora quel desiderio non aveva nessun valore.
Posai il manoscritto sul letto, rimisi la matita nella tasca della valigia, mi chinai e presi il cartone dal pavimento, provai a rimetterci il manoscritto, ma non ci entrava, quindi lo posai cos com'era nella valigia, proprio in fondo, coperto con attenzione dai vestiti. Il cartone che adesso era sul letto e che rimasi a fissare a lungo avrebbe riportato i miei pensieri al romanzo ogni volta che lo vedevo. Portarlo con me di sotto e buttarlo nel cestino della spazzatura in cucina, quello che era stato il mio primo impulso, ripensandoci non lo volevo fare, non doveva essere incorporato nella casa in quel modo. Dunque spostai di nuovo i vestiti nella valigia e lo misi sul fondo vicino al manoscritto, ci distesi i vestiti, abbassai il coperchio, che chiusi con la cerniera, per uscire infine dalla stanza.
La nonna era seduta in soggiorno a guardare la televisione. C'era un dibattito. Mi sembrava di capire che per lei non avesse alcuna importanza. Per lei era indifferente guardare i programmi per ragazzi su Tv2 o TVNorge o i programmi di informazione e intrattenimento serali. Non ero mai riuscito a capire cosa quella realt giovanile malata, con i suoi insaziabili desideri, di cui erano pieni anche i telegiornali e i dibattiti, avesse da dirle. A lei, che era nata prima della Prima guerra mondiale e veniva quindi dalla vera vecchia Europa, in realt dal suo angolo pi estremo, ma comunque... A lei, che aveva vissuto la sua infanzia nei primi dieci anni del Novecento, la sua adolescenza negli anni venti, che era diventata adulta negli anni trenta, madre negli anni quaranta e cinquanta ed era gi una donna anziana nel 1968? Qualcosa doveva pur esserci, perch ogni sera si sedeva l a guardare.
Sul pavimento sotto di lei c'era una piccola pozza giallastra. Una chiazza pi scura lungo il bordo della poltrona faceva capire da dove era venuta.
Ti saluta Yngve, le dissi.  arrivato senza problemi".
Mi lanci una breve occhiata.
Mi fa piacere, comment.
Hai bisogno di qualcosa? chiesi.
Bisogno?
S, da mangiare o qualcos'altro. Posso prepararti qualcosa se vuoi".
No. Grazie, disse. Ma tu mangia pure qualcosa".
La vista del cadavere di pap aveva reso l'idea del cibo ripugnante. Ma una tazza di t, quella sarebbe forse stata difficile associarla alla morte. Scaldai una pentola d'acqua sul fuoco, la versai fumante nella tazza sulla bustina del t, rimasi per un po' a guardare come il colore che ne usciva si diffondeva nell'acqua in lente spirali fino a renderla dorata, poi presi la tazza e la portai fuori sulla veranda. Lontano, dal mare aperto, stava arrivando il traghetto dalla Danimarca. In alto l'aria si era rischiarata del tutto. C'erano ancora tracce di blu nel cielo scuro, questo gli conferiva l'aspetto setoso della stoffa, come se in realt si trattasse di un'enorme tovaglia e le stelle che vedevo avessero la loro origine dalla luce che da dietro scintillava attraverso migliaia di piccoli fori.
Bevvi un sorso e posai la tazza sul davanzale. Ricordavo altre cose di quella serata con mio padre. C'erano degli strati di ghiaccio sul marciapiede, un vento di levante batteva le strade quasi deserte. Eravamo entrati nel ristorante di un hotel, ci eravamo tolti i cappotti e ci eravamo seduti a un tavolo. Pap respirava pesantemente, si era passato la mano sulla fronte, aveva preso il menu e lo aveva scrutato da cima a fondo. Poi aveva ripreso a leggere dall'alto.
Sembra che qui non servano vino, aveva detto, e si era alzato dirigendosi verso il matre. Gli aveva detto qualcosa. Quando questi aveva scosso la testa, pap si era voltato ed era tornato indietro, aveva quasi strappato il cappotto dalla sedia e se l'era infilato dirigendosi verso l'uscita. Mi ero affrettato a seguirlo.
Cosa  successo? avevo chiesto quando eravamo di nuovo in piedi sul marciapiede.
Non servono bevande alcoliche, aveva replicato. Santo cielo, un hotel per astemi".
Poi mi aveva guardato e aveva sorriso.
Ci vuole il vino a cena, sai. Ma va bene. C' un altro ristorante proprio laggi".
Eravamo finiti al Caledonien, ci eravamo seduti a un tavolo vicino alla finestra e avevamo mangiato due bistecche. O per la precisone, io avevo mangiato: quando avevo finito la mia, quella di pap era ancora intatta nel piatto. Si era acceso una sigaretta, aveva bevuto l'ultimo bicchiere di vino rosso, si era appoggiato alla spalliera della sedia e aveva detto che stava pensando di lavorare come camionista sulle lunghe distanze. Non sapendo come reagire a quella notizia, avevo annuito, senza dire niente. I camionisti se la passavano bene, aveva detto. Gli era sempre piaciuto guidare, gli era sempre piaciuto viaggiare, e quando uno poteva farlo ed essere addirittura pagato, perch no? Germania, Italia, Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo. S,  un bel mestiere, aveva detto. Pago io. Tu vai pure. Hai sicuramente molto da fare.  stato bello vederti. E avevo fatto come mi aveva suggerito, mi ero alzato, avevo preso il cappotto, lo avevo salutato, ero passato davanti alla reception ed ero uscito in strada, per un attimo mi ero chiesto se sarebbe stato il caso di prendere un taxi, avevo deciso di no ed ero andato alla stazione degli autobus. Dalla finestra lo avevo visto di nuovo, aveva attraversato il ristorante fino a raggiungere la porta che sul lato opposto conduceva al bar, e ancora una volta i suoi movimenti erano stati frettolosi e impazienti, a dispetto del suo corpo grosso e pesante.
Era stata l'ultima volta che lo avevo visto in vita.
Per tutto il tempo avevo avuto l'impressione che stesse cercando di darsi una regolata. Che in quelle due ore avesse impiegato tutte le sue forze per mantenere un contegno, per essere recettivo e presente, per essere come era stato un tempo. Questo pensiero mi tormentava mentre andavo su e gi per la veranda mentre guardavo ora la citt ora il mare. Pensai se fosse il caso di andare a fare un giro, gi in citt o forse in direzione Stadion, ma non potevo lasciare la nonna da sola e in fondo non sentivo il bisogno di camminare. Il giorno dopo tutto sarebbe sembrato diverso. Il giorno arrivava sempre con qualcosa di pi della luce. Indipendentemente da quanto uno potesse sentirsi gi di corda, era impossibile restare impassibili davanti a quello che implicava l'inizio di un nuovo giorno. Portai dentro la tazza, la infilai nella lavastoviglie, feci lo stesso con il resto delle tazze e dei bicchieri, dei piattini e dei piatti da portata, ci aggiunsi il detersivo e la accesi, pulii il tavolo con uno straccio, lo appesi al rubinetto anche se c'era qualcosa di osceno nell'incontro tra quella stoffa umida e spiegazzata con quel cromo lucido, andai in soggiorno e mi fermai accanto alla poltrona su cui era seduta la nonna.
Credo che andr a letto, dissi.  stata una lunga giornata".
 gi cos tardi? comment. Tra poco vado a dormire anch'io".
Allora buonanotte".
Buonanotte".
Mi voltai per andarmene.
Senti, fece lei.
Mi voltai.
Non avrai pensato di dormire lass anche stasera?  meglio per te dormire di sotto. Nella nostra vecchia camera da letto, sai. C' il bagno proprio l accanto".
 vero, dissi. Ma credo che dormir sopra comunque. Ormai ci siamo sistemati lass".
S, s, come preferisci. Buonanotte allora".
Buonanotte".
Solo quando fui su in camera e avevo cominciato a spogliarmi, capii che non lo aveva proposto per me, ma per s. Mi rimisi subito la maglietta, presi il lenzuolo dal letto, arrotolai il piumone in un mucchio, me lo misi sotto il braccio, con l'altro presi la valigia e tornai gi. La incontrai sul pianerottolo del primo piano.
Ho cambiato idea, dissi.  meglio dormire qui sotto come hai detto tu".
S,  meglio, vero?
Scesi le scale dietro di lei. Nell'ingresso si volt verso di me.
Hai tutto quello che ti serve?
S,  tutto a posto, dissi.
Poi apr la porta della sua camera e scomparve. La stanza dove avrei dormito era una di quelle che non avevamo pulito, ma non potevo preoccuparmi del fatto che le sue cose, come spazzole, bigodini, gioielli e portagioie, grucce, camicie da notte, camicette, biancheria intima, asciugamani, trucchi, fossero sparse l intorno, sui comodini, sul materasso, sui ripiani dell'armadio aperto, sul pavimento, sul davanzale; non feci che liberare il letto con un paio di manate, per poi metterci il lenzuolo e il piumone, svestirmi, spegnere la luce e andare a letto.
Dovevo essermi addormentato all'istante, perch l'unica cosa che ricordo  che mi svegliai e accesi l'abat-jour per vedere l'ora ed erano le due. Sulle scale fuori della porta si sentivano dei passi. La prima cosa che pensai, ancora annebbiato dal sonno, probabilmente collegata a qualcosa che avevo sognato, fu che pap era tornato. Non come spettro, ma vivo. Niente dentro di me si ribell a quell'idea e mi impaurii. Ma poi, non subito, ma come se fosse il prolungamento di quell'illusione, compresi che era ridicolo e andai nell'ingresso. La porta della stanza della nonna era socchiusa. Sbirciai dentro. Il letto era vuoto. Salii le scale. Probabilmente era solo andata a prendere un bicchiere d'acqua, o forse non era riuscita a prendere sonno ed era salita di sopra per guardare la televisione, ma volevo comunque controllare, non si poteva mai sapere. Prima in cucina. L non c'era. Poi nel soggiorno. Non era nemmeno l. Quindi doveva essere andata nell'altro. S, era l davanti alla finestra. Non so per quale motivo, ma non manifestai la mia presenza. Mi fermai all'ombra della porta scorrevole di colore scuro e la guardai. Era come se fosse caduta in trance. Era in piedi completamente immobile a fissare il giardino. Ogni tanto le sue labbra si muovevano come se stesse sussurrando qualcosa tra s e s. Ma non ne usciva alcun suono. Senza nessun preavviso si volt e venne verso di me. Io non feci in tempo a reagire in nessun modo, rimasi solo l a guardarla mentre si avvicinava. Mi pass davanti, a circa mezzo metro ma, bench il suo sguardo avesse sfiorato il mio viso, non si accorse di me. Mi pass davanti come se fossi solo uno dei tanti mobili che si trovavano nella stanza. Aspettai di sentire la porta sotto che si chiudeva prima di seguirla.
Quando tornai di nuovo in camera da letto, avevo paura. La morte era ovunque. La morte era nella giacca nell'ingresso, dove si trovava la busta con gli effetti personali di pap, la morte era sulla poltrona su in soggiorno dove lei lo aveva trovato, la morte era sulle scale attraverso le quali lo avevano trasportato di sotto, la morte era nel bagno, dove il nonno era caduto a terra con il ventre pieno di sangue. Se chiudevo gli occhi, il pensiero che i morti potessero tornare era inevitabile, come quando ero bambino. Ma dovevo chiudere gli occhi. E se riuscivo a vedere il ridicolo di queste fantasie infantili, era il ricordo del cadavere di pap quella che all'improvviso dovevo affrontare. Le dita intrecciate con le unghie bianche, la pelle ingiallita, le guance infossate. Queste immagini mi accompagnarono fin dentro il sonno pi leggero, in un modo tale che, quando la coscienza si faceva strada nel sonno, era impossibile dire se appartenevano al mondo della realt o a quello dei sogni. Una volta che la coscienza fu penetrata nel sonno, fui sicuro che il suo cadavere fosse nell'armadio e lo aprii, rovistai fra tutti i vestiti che erano appesi, aprii un'anta dopo l'altra e dopo averlo fatto mi rimisi a letto e continuai a dormire. Nei sogni lui a volte era vivo, a volte era morto, a volte nel presente, a volte nel passato. Era come se avesse preso completamente il possesso di me, mi dominasse e quando infine mi svegliai, alle otto del mattino, il primo pensiero fu che lui fosse venuto a farmi visita quella notte e che dovevo vederlo di nuovo.
Due ore dopo chiusi la porta della cucina, dov'era seduta la nonna, andai al telefono e composi il numero dell'impresa di pompe funebri.
Impresa di pompe funebri Andens".
S, salve, sono Karl Ove Knausgrd. Sono stato da voi con mio fratello l'altro ieri.  per mio padre.  morto quattro giorni fa...
Ah, s, buongiorno".
Siamo stati a vederlo ieri... Ma ora mi chiedevo se fosse possibile rivederlo? Un'ultima volta mi capisce...
S, certo, quando le pu andar bene?
Be'... dissi, nel pomeriggio? Alle tre? Le quattro?
Facciamo alle tre, allora?
S".
Davanti alla cappella".
S".
Allora rimaniamo d'accordo cos. Bene".
La ringrazio".
Si figuri".
Risollevato per il fatto che la conversazione si fosse svolta senza problemi, andai in giardino e continuai a tagliare l'erba. Il cielo era nuvoloso, la luce tenue, l'aria calda. Finii alle due. Poi entrai in casa e andai dalla nonna e le dissi che dovevo vedere un amico, mi cambiai e mi incamminai verso la cappella. Davanti all'ingresso c'era la stessa auto, lo stesso uomo apr quando bussai. Mi fece un cenno di saluto con il capo, apr la porta della stanza dove eravamo stati il giorno prima, ma senza entrare, e io mi trovai di nuovo davanti a pap. Questa volta ero preparato a quello che mi aspettava e il suo corpo, la cui pelle doveva essersi scurita ulteriormente nell'arco delle ultime ventiquattro ore, non risvegli in me nessuna delle sensazioni che mi avevano dilaniato il giorno prima. Adesso quello che vedevo era l'assenza di vita: non esisteva pi nessuna differenza tra ci che un tempo era stato mio padre e il tavolo su cui giaceva, o il pavimento su cui si trovava il feretro, o la presa incassata nella parete sotto la finestra, o il filo che proseguiva fino alla lampada da muro affissa a lato. Perch l'essere umano  soltanto una forma tra le altre che il mondo manifesta ed esprime di continuo, non soltanto in tutto ci che  vivo, ma anche nelle cose inanimate, disegnate nella sabbia, nella pietra e nell'acqua. E la morte, che io avevo sempre considerato la dimensione pi importante della vita, oscura, allettante, non era altro che un tubo che perde, un ramo che si spezza al vento, una giacca che scivola da una gruccia e cade per terra.
...
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...
FINE.